Page 288 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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pallottola gli aveva forato il berretto in una ricognizione di pattuglia. Gli faceva
osservare un collega «che vi possono essere vari generi d’ostentazione, tra gli altri
quello di fare senza voler dire, anzi cercando nascondere, come per dare una lezione
a quelli che parlano». Ed egli scriveva disperato alla fidanzata: «Alessandra, Ales-
sandra mia, dimmi che tu almeno comprendi il mio strazio… Sento intorno a me
l’ostilità, il disprezzo: io sono per tutti l’egoista, che per il piacere di fare il bel gesto,
non esita a sacrificare gli altri» .
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Ottenne finalmente d’essere impiegato presso un comando di fanteria come ufficiale
di collegamento. Ma quando, ferito due volte allo stesso ginocchio restò con la gamba
irrigidita, ebbe a sostenere una nuova disperante lotta per essere nuovamente inviato in
linea. Aveva il presentimento che una fiamma grande dovesse accendersi dalla sua pas-
sione. Nel maggio ’16, poco prima della seconda ferita, recandosi in linea, sulla Zugna
Torta, scriveva:
(27 maggio ’16). Ci si avvicina al fuoco e non sto in me dalla gioia. Sono pazzie, lo
so. Ma mi pare quasi che entrando in azione con tutto il mio entusiasmo, con tutta la
mia fede, io possa fare chissà che cosa… Un miracolo magari! Non si sa mai! Si dice
che la fede scuota le montagne! .
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Quando cercarono di rinviarlo invalido a casa, tempestò e supplicò che si facesse
per lui l’eccezione che era stata fatta per Enrico Toti. Ottenne in fine d’essere impiegato
agli osservatori avanzati d’artiglieria, fino a che il 18 gennaio ’17 sul Faiti una palletta
di shrapnel non lo ferì al midollo spinale. Sopravvisse quanto bastò perché potesse dalla
sua carrozzella d’invalido farsi apostolo esemplare dell’offerta senza limiti e concorrere
dopo Caporetto a quel miracolo che aveva sperato di trar fuori da sé nei furiosi combat-
timenti della Zugna Torta. Si spense pochi mesi dopo aver veduto la vittoria.
Per reggere in simili situazioni, bisognava accettar la solitudine nel mondo circo-
stante, esaltarsi nella coscienza d’una missione eccezionale: nell’orgoglio che il proprio
sacrificio fosse il germoglio d’una vita nuova, avesse forza di redenzione per infinite
debolezze e viltà; sentir la vita morale come lievito perenne del mondo. Così si esaltava,
nella sua solitudine spirituale, il giovane tenente Giovanni Bertacchi, e ad un collega
dell’università pisana, che gli scriveva amareggiato e avvilito dell’ambiente morale della
scuola degli allievi ufficiali di Caserta, muoveva rimprovero perché dall’intimo suo, da
una sua propria coscienza d’elezione non traeva conforto e viatico. Si era all’inizio della
grande crisi del morale: nell’autunno inoltrato ’16.
(24 novembre ’16). … ho un anno di vita militare: tre mesi di Modena, e nove
di campagna; l’ambiente là era come lo descrivi tu per Caserta, né più né meno:
qua, tolta la idiozia di molte cose e cosette che qui non si curano, ma aggiunta la
frequente palese idiozia di ordini e contrordini (e pensa che qui sovente si tratta del-
la vita sospesa a un filo con tutta incoscienza accostato al fuoco) l’ambiente morale

