Page 289 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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240 Momenti della vita di guerra
è come a Modena: stanchezza, pessimismo, panciafichismo, bestemmia, insomma
quello che ci vuole per condurre alla disperazione un debole, ma per fare contento
un forte. Io mi vanto dei forti: mi elevo superbo, superbissimo, da quel che vedo e
che sento, perché ho l’orgoglio di sentirmi sano e intatto nella mia fede, nei miei
principî, anche in mezzo a questa rovina! Se avessi un ambiente che mi secondasse,
sarei forse più tranquillo: ma non avrei la sublime soddisfazione di lottare e vincere,
vincere solo e pienamente con le forze del mio spirito che nessuno domerà mai!
Nessuno mi comanda, son io che comando me stesso e comando a me quello che
credo bene di comandarmi: se obbedisco a un ordine qualunque sia esso, idiota
o no, non curo: obbedisco all’ordine in quanto io m’impongo questa disciplina:
nessuno me la potrebbe imporre se non io. E proseguo per la mia via, fisso a queste
belle idealità che col loro splendore offuscano di luce tanto brutto del mondo; ed
ho supreme soddisfazioni. Non mi vergogno di mostrarmi così presuntuosamente
orgoglioso: no, me ne vanto: e con tutta l’asprezza possibile biasimo te, filosofo
e idealista, che non hai o non sai trovare il modo di mettere il morso al tuo io,
d’impennarlo con vigore di volontà contro il fango e balzare nel cielo puro e libero.
Tu puoi farlo, e lo farai: lo giurerei che lo farai e me lo scriverai; mi dirai che la
tua volontà adamantina ti ha restituita la serenità, e anche ti ha dato la felicità! E
allora, di lassù in alto, allora vedrai con occhio scevro da nebbie e anche benigno
verso i deboli, vedrai dico che il mondo non è poi tanto guasto, e che uscendo con
lo sguardo dall’orizzonte che avevamo prima, si scorge in mezzo a tanta tanta tanta
debolezza più buon seme che male piante .
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E quale egli si rappresenta egli fu fino alla fine, dopo venti mesi di trincea sullo Za-
vetto, sul Pasubio, sulle Melette, a Monte Zomo .
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Da questi duri travagli, del de’ Calboli e del Bertacchi, possiamo formarci adeguata-
mente un’idea della «resistenza» che imbrigliava e infrenava gli entusiasmi. Certamente
si deve insistere. Questa reazione non era fatta tutta di viltà; v’era l’esigenza che non si
offendesse con festoso entusiasmo chi della guerra aveva motivo di sentire il dolore e il
lutto, e le amarissime rinunzie: v’era una facile confusione fra retorica e vera fede, un
senso di prudenza, che non voleva lasciar compromettere interi reparti in islanci forse
mal ponderati. Ma è indubbio che un sentimento di riguardo umano sovente paralizza-
va le volontà, e sospendeva non poche forze spirituali.
E s’intende come queste forze contenute poterono liberamente espandersi, suprema
riserva d’Italia, dopo Caporetto, quando la «resistenza» agli slanci dovette cadere. Si
vide un secondo «sacro entusiasmo». Ufficiali con le ferite mal rimarginate tornarono
in linea a inquadrar gli sbandati, si accettarono senza discussioni i posti di maggiore
pericolo, uomini alacri e taciturni s’imposero il compito di rianimar l’esercito. Questo
risveglio lo notiamo anche negli epistolari: Pietro Borla che convalescente delle ferite
dell’Ortigara rinunzia con furia al posto territoriale per andare a morire sul Solarolo;
Cesare Amar che sul letto d’ospedale spasima per non poter trovarsi sul campo; il capi-
tano Consalvo Comerci che invoca di non esser maledetto dalle donne italiane, quasi
la responsabilità fosse sua, e va a morire alla testa di una batteria di montagna. Un vo-

