Page 74 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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60 DOMENICO CARRO
inviata in visita ufficiale in Grecia (questa volta nel mar Egeo, a Epidauro) per
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motivi religiosi. Si trattò di quella «trireme romana» < 3> che ritornò nel Tevere con
il serpente di Esculapio: questo andò a rifugiarsi sull'isola Tiberina, ove venne poi
eretto, in onore del dio della medicina, quel santuario le cui funzioni di ospedale
cittadino si sono tramandate fino ad oggi. All'isola Tiberina venne poi conferita,
architettonicamente, la forma di una nave da gt,1erra, come si può ancor oggi vede-
re dai resti del mascone e della fiancata di sinistra scolpiti su blocchi di travertino
(prima metà del I secolo a.C.) fissati sul tratto a valle del ponte Fabricio.
La quarta e più significativa missione che troviamo in quegli anni è quella
della presenza navale dissuasiva, in acque più remote, allo scopo di fornire soste-
gno ad una popolazione alleata: nel282 a.C., infatti, una flottiglia romana di dieci
navi, comandata dal dttumviro navale Lucio Cornelio, venne inviata ad effettuare
una ricognizione nel golfo di Taranto, poiché la città di Turi, alleata dei Romani,
era oggetto di minacce da parte dei Lucani. Mentre la piccola formazione romana
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passava davanti alla città di Taranto «non temendo alcuna ostilità» < 4> (poiché le re-
lazioni fra le due città erano buone), essa venne sottoposta senza preavviso al pro-
ditorio attacco della flotta tarantina sotto il pretesto degli <<antichi patti, secondo i
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quali i Romani non dovevano navigare a nord del capo Lacinio» < 5>, l'odierno Capo Co-
lonne (che segna il limite meridionale dell'ampio golfo di Taranto): da quella inat-
tesa aggressione, in cui lo stesso duumviro navale perse la vita, cinque unità della
flottiglia romana riuscirono a disimpegnarsi, mentre quattro vennero affondate ed
una catturata.
I Romani, dopo aver inutilmente tentato la composizione diplomatica della
crisi (ma il legato del Senato venne oltraggiato), dichiararono guerra ai Tarantini,
che, a quel punto, sollecitarono l'intervento di Pirro. Aderendo a quelle richieste
di aiuto, Pirro sbarcò con le sue forze (ivi inclusi i temuti elefanti) sulla costa meri-
dionale del Salento. Era la terza volta cha Taranto promuoveva lo sbarco di forze
elleniche in Italia: in precedenza, infatti, erano già sbarcati sulle coste della Peniso-
la Alessandro d'Epiro (341-327) e Cleonimo (302). Ma quella fu la sola volta che
ciò_v.enne effettuato.contro Roma; e si trattò anche dell'ultima volta- fino all'arri-
vo dei Vandali, oltre 7 secoli dopo-· che fu possibile uno sbarco di forze straniere
in Italia: nonostante l'estrema ristrettezza del canale d 'Otranto (vali cabile in breve
tempo anche con quei natanti di fortuna utilizzati ai nostri giorni per !'_immigra-
zione clandestina), i. Romani non lo permisero più.
È peraltro interessante notare che nel 282 a.C., dopo lo sbarco di Pirro, i Ro-
mani, benché in gravi difficoltà sul fronte terrestre, ritennero di avere una flotta
sufficiente per le proprie esigenze di controllo navale: il Senato rifiutò infatti l' aiu-
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to offerto dai Cartaginesi - giunti ad Ostia con una flotta di 120-130 navi < 6> -
comunicando al loro ammiraglio Magone che «il popolo romano .ro/eva intraprendere
guerre tali che potevano essere condotte con le proprie forze» < >.
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Nel corso di quella stessa guerra, nel 279 a.C., venne comunque ratificato
il 3 ° Trattato navale fra Roma e Cartagine: esso prevedeva una reciproca assisten-
za in caso di necessità belliche, attribuendo ai Cartaginesi l'onere del trasporto

