Page 75 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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NASCITA  E AFFERMAZIONE  DEL  POTERE  MARITTIMO  DI  ROMA                61

       navale delle truppe e l'obbligo di  fornire il sostegno eventualmente necessario alle
       operazioni navali romane.  Nel 275, Pirro, sconfitto dal console Curio Dentato, la-
       sciò definitivamente l'Italia.  Nel 272, mentre la  città di Taranto, ormai stremata,
       stava per capitolare, «una flotta cartagine.re venne in aiuto ai Tarantini, fatto che costituì
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       rma  violazione del trattato» <  >  (anche se  fu  ininfluente  sull'esito  della  guerra).
       La supremazia marittima

            Quattro anni dopo (268 a.C.), pervennero a Roma gli ambasciatori dei  Ma-
       mertini - i Campani che si erano insediati a Messina - che, minacciati dai Siracu-
       sani e dai Cartaginesi, richiedevano l'aiuto dei Romani. Dopo ulteriori quattro anni
       (264 a.C.)  i Romani  si  risolsero ad intervenire in difesa degli  alleati  di  Messina,
       tenendo ben presente l'importanza strategica della Sicilia ai  fini  delle proprie esi-
       genze di  sicurezza:  essi  vedevano «come i Cartaginesi ... fossero  padroni di tutte  le  isole
       dei mari Sardo e Tirreno: temevano che,  se avessero posto piede anche in Sicilia,  i Cartaginesi
       sarebbero divemtti vicini troppo potenti e pericolosi...  nella possibilità di minacciare ogni parte
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       d'Italia» <9>.  Queste considerazioni si  ricollegavano direttamente all'altra motiva-
       zione dell'intervento di Roma, cioè <<l'aiuto che i Cartaginesi avevano dato ai Taranti-
       ni>> <3°>,  in violazione del Trattato navale: avendo sperimentato la malafede punica,
       che aveva privato di qualsiasi credibilità quel mutuo sostegno navale previsto dal
       Trattato, i Romani dovevano necessariamente prefiggersi il conseguimento dell' au-
       tosufficienza nella tutela dei propri interessi marittimi. Ma poiché questo obiettivo
       non poteva essere perseguito senza incontrare l'ostilità di Cartagine, Roma doveva
       combattere quella guerra,  non  solo per la  Sicilia,  ma  anche per il mare.
            Per effettUare lo sbarco in Sicilia e per il successivo sostegno  a favore  delle
       operazioni a terra,  i Romani avevano  bisogno di  una flotta  di  dimensioni certa-
       mente più ampie di  quelle raggiungibili con le  sole  navi - da guerra ed onerarie
       - di Roma; essi fecero quindi quello che normalmente facevano per le forze terre-
       stri: integrarono la propria flotta con «delle navi da cinquanta remi e delle triremi» (31)
       rese disponibili dalle città alleate, con prevalenza, naturalmente, di quelle con mag-
       giori capaCità ed esperienze marittime, come Napoli e Taranto. Quando, radunata
       la  flotta,  il console Appio Claudio salpò  per Messina,  i Cartaginesi «ingaggiarono
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       con i Romani rtna battaglia per mare» <3 >,  inducendoli a ritirarsi nel porto di Reggio.
       Poiché «i Cartaginesi custodivano lo stretto» (33>,  Appio Claudio ricorse ad un audace
       stratagemma: dopo aver simulato di abbandonare la zona di operazioni, egli attra-
       versò  lo  Stretto  di  notte,  portando la  sua  flotta  a  Messina  senza  danni.
            Nel biennio 263-262 a.C.,  i Romani  poterono avvalersi anche del concorso
       della flotta del re Gerone di Siracusa, con cui si erano alleati. Tale flotta,  tuttavia,
       ancorché utilissima ai fini della sicurezza dell'afflusso dei rifornimenti logistici ro-
       mani,  non era in grado di  imporre alcuna limitazione alla  libertà di movimento
       dei Cartaginesi sul mare. I Romani, quindi, avendo compreso che nessun risultato
        risolutivo avrebbe potuto essere conseguito qualora non fossero riusciti, essi stessi,
       ad acquisire il controllo del mare, avviarono la costruzione della loro prima grande
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