Page 87 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
P. 87
NASCITA E AFFERMAZIONE DEL POTERE MARITTIMO DI ROMA 73
dagli attacchi macedoni, aggregò le navi di Pergamo e di Rodi, con cui effettuò
delle operazioni congiunte nel mare Macedonico (Egeo settentrionale) ed assicurò
la presa di diverse città costiere. Il ruolo delle forze navali di quella coalizione era
soprattutto quello di esercitare una dissuasione nei confronti della flotta macedo-
ne (che prese il mare, infatti, solo in qualche sporadica occasione) e di effettuare
operazioni in costa a sostegno ed integrazione delle operazioni terrestri. Al termine
del conflitto, le condizioni di pace imposte al re macedone riflessero la volontà
del Senato di acquisire il controllo dei tre punti chiave della Grecia (i porti di Deme-
tria de, Calcide e Corinto), prevedendo anche la consegna di tutte le navi da guerra
coperte, ad eccezione di cinque e della nave regia (troppo grande e difficilmente ma-
novrabile).
Cinque anni dopo la pace fra i Romani e Filippo (192 a.C.), Antioco, con
100 navi da guerra e 200 da trasporto, sbarcò in forze a Demetriade, avviando
così la sua offensiva contro la Grecia. L'anno dopo, Roma diede inizio alle opera-
zioni contro Antioc~, che si riportò presto ad Efeso, sul litorale asiatico. Il comando
della nuova missione oltremare venne assegnato al Console Manio Acilio Glabrio-
ne, mentre la flotta venne data al pretore Caio Livio Salinatore. Con tale coman-
dante, la flotta romana giunse sulla sponda asiatica verso l'autunno 191 a.C., e
continuò ad operare in quelle acque fino alla resa del re Antioco. Dopo aver aggre-
gato le navi del re di Pergamo (ma non quelle di Rodi, che erano in ritardo), la
flotta comandata da Caio Livio si scontrò con quella di Antioco, comandata da
Polissenida, nella battaglia navale di Corico (porto a nord della penisola Eritrea).
Polissenida, «quando vide che era nettamente inferiore quanto a valore dei combattenti, spie-
6
gate le vele di trinchetto si lasciò andare a fuga disordinata» < 0, riuscendo a riparare
nel porto di Efeso. Nell'inseguimento, la flotta romana gli affondò dieci unità e
ne catturò tredici con i relativi equipaggi. La sola perdita subita dalla parte dei
Romani fu quella di una nave alleata. Nel successivo inverno 191-190, Antioco
si impegnò soprattutto a potenziare la sua flotta, «non volendo essere totalmente escluso
2
dal dominio del mare» <6 ). Poi, visto che il nuovo console Lucio Cornelio Scipione
(che era accompagnato da suo fratello Publio, l'Africano) si prefiggeva di affrontar-
lo in Asia minore, Antioco, «considerando che soltanto se si fosse saldamente impadronito
della supremazia marittima avrebbe potuto impedire agli eserciti di fanteria di passare in
Asia e avrebbe allontanato definitivamente la guerra da quel territorio, decise di scendere in
mare e di risolvere la situazione per mezzo di una battaglia navale» <63>. L'occasione si
presentò nell'estate 190 a.C., nelle acque a sud della penisola Eritrea, nella grande
battaglia navale di Mionneso in cui si scontrarono la flotta comandata da Lucio
Emilio Regillo (80 navi, di cui una cinquantina di Roma e 22 di Rodi) e quella
comandata da Polissenida (89 navi): la flotta siriaca perse 42 navi (di cui 13 cattu-
rate, le altre affondate o incendiate), mentre due sole unità vennero perse dai Ro-
mani. «Antioco ne fu atterrito: e poiché, privo di ogni dominio sui mari, non s'il/ude11a di
poter difendere posizioni lontane, richiamò le forze che presidiavano Lisimachia affinché non
fossero sopraffatte dai Romani» (64).

