Page 106 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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Governo". ( 3 ) La nomina del leader socialista Nenni a Ministro degli Este-
ri (avvenuta con la curiosa prassi dell'annuncio al momento della forma-
zione del primo governo della Repubblica, rinviando però ad ottobre l' ef-
fettivo ingresso a Palazzo Chigi, retto nel frattempo ad interim da De
Gasperi), se suscitò imbarazzo alla nostra ambasciata a Washington, ( 4 )
avrebbe dovuto invece essere sia un segnale per i sovietici che un modo di
migliorare i rapporti con il governo laburista inglese. Ma, incontrando il 19
gennaio Nenni, allora vice-presidente del consiglio, Bevin "non era certo in
quel momento, e visibilmente lo voleva ostentare, uno dei grandi capi del
Labour Party che parlava. - riferì Carandini (S) - Era His Majesty's Foreign
Secretary debitamente corazzato e cautelato dai suoi uffici contro le insidie di
un colloquio con un correligionario politico". Degli inglesi, e in particolare di
molti funzionari del Foreign Ojjice, era ben noto lo spirito punitivo verso
l'Italia: il nuovo sottosegretario permanente Sir Orme Sargent non mancò
di sottolineare con Nenni l'argomento "della inscindibilt"ià delle responsabi-
lità fasciste con quelle del popolo italiano". ( 6 ) Il Trattato di Pace costituì
quindi l'ultimo atto della politica estera dell'Italia fascista, non il primo di
quella dell'Italia democratica.
Quanto ai francesi, secondo l'ambasciatore Antonio Meli Lupi di Sora-
gna, "chiacchiere e parole cortesi" non sarebbero mancate, ma "fatti ... ". (?)
In effetti verrà proprio dai francesi la peggiore fra le tre lince di confine pro-
poste dagli occidentali; sarà Bidault a proporre ufficialmente il Territorio
libero e, ancora da Parigi, verranno in autunno segnali di ulteriori cedimenti
agli jugoslavi.
Restava il grande fratello americano, sul quale soprattutto si appunta-
vano le speranze italiane. I rappresentanti statunitensi non mancavano di
rassicurare i loro interlocutori italiani, ma essi stessi ammettevano tra loro,
come l'ammiraglio Sto ne con Truman fin dal 18 aprile, (R) di non riuscire a
"concretizzare" quella pace "giusta" per l'Italia che dicevano di volere. Per
il vice-presidente della Commissione Alleata l'Italia andava trattata non
"come un nemico sconfitto, ma piuttosto come un partner nel Mediter-
raneo". Il presidente Truman, che l'ambasciatore Tarchiani (gliene va dato
atto) riusciva ad avvicinare abbastanza sovente, abbondava in dichiarazioni
di amicizia e in rassicurazioni tanto calorose quanto necessariamente gene-
riche. Meno ottimista e benevolo era il segretario di Stato James Byrnes, del
quale Egidio Ortona, allora consigliere d'ambasciata a Washington, notò la
"impreparazione e difettosa conoscenza dei problemi internazionali, per non
parlare della sua totale ignoranza e quasi della sua allergia per i problemi ita-
liani", ( 9 ) alle quali si aggiungeva una notevole suscettibilità quando gli si

