Page 107 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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L·\ QUESTIONE DI TRIESTE                                          97


         facevano  rilevare  i  continui  "cedimenti".  Mentre  nell'autunno  precedente
         Tarchiani lo aveva visto "pieno di entusiasmo e sicuro della parte preponde-
         rante" che gli Stati Un i ti avrebbero avuto nel trattato di pace con l'Italia, ora,
         a  febbraio,  trovò Byrnes "più cauto e  scettico";  nelle  sue  memorie l'amba-
         sciatore a Washington scriverà  che egli  "teneva più ad andare d'accordo  con
         gli inglesi e ad evitare scontri troppo duri con i russi,  anziché contentare" gli ita-
         liani. (IO)  Quaroni, dal canto suo, metteva da tempo in guardia che gli ame-
         ricani  erano  "leoni  a  Washington  e  pecore  (alla  conferenza)".  Harold
         Nicolson, veterano della assise di Versailles, presente a Parigi alla conferen-
         za dei 21  paesi apertasi il  29  luglio, commentò che Molotov e Viscinskij vi
         fecero  ingresso  "consci  del  loro  potere",  mentre  Byrnes  e  gli  americani
         entrarono "carichi delle loro magnifiche virtù". (Il) Non era difficile imma-
         ginare chi avrebbe prevalso.
             Ancora una volta si  ripresentava il  problema, già ampiamente dibattuto
         nel 1945 soprattutto da Quaroni, su come inserirsi nel gioco diplomatico tra
         le Grandi Potenze. Sintetizzò correttamente la  posizione dell'Italia l'amba-
         sciatore Carandini in una lettera a De Gasperi del 7 febbraio: "Noi ci trovia-
         mo e ci troveremo a inevitabile disagio,  costretti come siamo geograficamente e
         politicamente fra  i due blocchi concorrenti,  ma suscettibili di conciliazione,  in
         cui il mondo è potenzialmente diviso.  Siamo  troppo  deboli per permetterei di
         considerarci e di agire come clienti esclusivi dell'un blocco e come impliciti com-
         petitori dell'altro. E ciò perché quello non è in grado di proteggerei a fondo eque-
         sto  è tanto forte da  paralizzare ogni soluzione che possa  risolversi  in  un  nostro
         paventato rafforzamento". Carandini raccomandava dunque "una politica di
         stretta e chiara neutralità", per attirarsi "la simpatia o  la  tolleranza dell'una
         parte e dell'altra". Facile a dirsi, più difficile a farsi, come rilevò De Gas peri
         nella sua risposta: si accontentavano gli "anglo-sassoni" e gli "slavi" della neu-
         tralità o non dicevano "o con noi o contro di noi"? D'accordo il presidente del
         consiglio anche "sulla necessità di  un accostamento alla Russia", (IZ)  ma esso
         era  intralciato da ostacoli  che  il  governo  italiano  poteva  rimuovere  solo  in
         parte.  Quella  della  neutralità,  più che  una  scelta  consapevole  da  parte  del
         governo (del tipo di quella che verrà auspicata nel1947-4S dall'ambasciato-
         re Manlio Brosio per ragioni di realpolitik e pensando anche a Trieste), era la
         risultante della situazione politica interna, ove "il sistema dell'esa partito, col
         conseguente principio delle decisioni per consenso, sterilizzava ogni possibi-
         lità di una politica estera italiana". 0 3 )
             In  particolare  sul  problema  specifico  della Venezia  Giulia era  difficile
         per il governo italiano alzare la voce  sulle stragi compiute dai titini  (resterà
         difficile  per  mezzo  secolo!)  quando  il  leader  del  P.C.I.  Togliatti  definiva
         "menzogne" le accuse ai comunisti jugoslavi. Giustamente la rivista "Politica
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