Page 111 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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LA QUESTIONE DI TRIESTE                                          101


           che mentre i sovietici avevano ricevuto istruzioni dettagliate da Mosca, ame-
           ricani e britannici sapevano solo che i loro governi erano contrari all'annes-
           sione della città di Trieste alla Jugoslavia.  Il riconoscimento della  italianità
           delle città costiere dell'Istria  non preoccupava più di tanto gli  slavi,  perché
           secondo il  criterio più volte  rÌbadito  da Belgrado e  fatto  proprio da Mosca
           erano le città (dove si concentravano i resti del "colonialismo" della Serenis-
           sima) a dover seguire le campagne e non viceversa.
               Le linee francese, britannica ed americana seguivano più o meno lo stes-
           so tracciato da Tarvisio fino ad est di Trieste, più vicino al confine italiano del
           1866 che a quello del 1920; la linea francese piegava poi verso sud-ovest rag-
           giungendo la costa a Cittanova d'Istria e lasciando così quasi tutta la peniso-
           la  istriana  alla  Jugoslavia.  La  linea  britannica  terminava  a  Punta  Cavallo,
           lasciando  quindi  tutta  la  costa  occidentale  dell'Istria  all'Italia.  Ancora  più
           favorevole a quest'ultima era la linea americana che piegava verso est fino ad
           includere Albona e le miniere dell'Arsa. Tutte le tre linee degli occidentali cor-
           revano quindi assai più ad occidente della linea Wilson e, nella loro parte set-
           tentrionale, anche della linea di demarcazione militare tra anglo-americani e
           jugoslavi, o linea Morgan.  La linea sovietica correva in Friuli considerevol-
           mente  ad  occidente della  frontiera  italo-austriaca del  1866,  per sbucare  nel
           golfo di Trieste ad ovest di Monfalcone. La linea francese più di tutte si avvi-
           cinava al criterio dell"'equilibrio etnico", ovvero lasciare un eguale numero di
           minoranze slave in Italia e italiane in Jugoslavia. Aveva però un grave svan-
           taggio, perché gli slavi erano di due nazionalità e la  linea francese escludeva
           gli  sloveni  (particolarmente  influenti nel  regime  di  Tito)  da ogni sbocco  al
           mare;  in pratica gli  sloveni  avrebbero  pagato con i loro  sacrifici  i guadagni
           ottenuti dai croati. Fu questo il principale motivo per cui, negli anni seguen-
           ti, fu sempre impossibile recuperare, attraverso scambi territoriali, la costa ita-
           liana della zona (B)  del Territorio Libero di Trieste. Formulando la loro pro-
           posta i francesi si collocavano in una posizione intermedia tra i sovietici e gli
           anglo-americani, offrendo una soluzione di  compromesso, anche nella spe-
           ranza di assicurarsi la benevolenza di Mosca nella questione della Sarre.
               Il  Consiglio  dei  quattro  Ministri  degli  Esteri  si  riunì  nuovamente  a
           Parigi dal 25 aprile al  16 maggio e poi ancora dal 15 giugno al 15  luglio con
           all'ordine del giorno  anche  il  trattato  di  pace  italiano.  Il  3  maggio  furono
           ascoltate,  sulla  frontiera  giuliana,  le  osservazioni  di  italiani  e  jugoslavi.  Il
           presidente  del  consiglio  e  ministro  degli  esteri  De Gasperi  in  un  discorso
           breve e sobrio  ( 22 )  ricordò che l'Italia si  era schierata in linea di principio a
           favore della linea Wilson e lamentò le mancate visite a Fiume, Zara, Cherso
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