Page 108 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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98 MASSIMO DE LEONARDIS
Estera" invitava il governo a "dire la verità", lamentando: "ragioni di conve-
nienza internazionale e meno nobili ragioni di convivenza interna, possono
aver finora consigliato ... a tacere". 0 4 ) De Gasperi poteva parlare chiaro solo
nella corrispondenza diplomatica, destinata a restare riservata. In un tele-
gramma del 28 giugno 1946 ai nostri rappresentanti a Washington, Londra e
Parigi, (IS) denunciava "la tragedia che si svolge ai danni degli Italiani nella
stessa zona (B) che può oggi considerarsi come un vasto campo di concen-
tramento alla Buchenwald". Il rifiuto del "nazionalismo", giudicato da Gaja
molto pericoloso, 0 6 ) era dovuto non solo alla necessità di recitare il mea
culpa davanti ai vincitori e di preservare l'unità ciellenistica, ma anche al
timore di suscitare un clima patriottico che avrebbe potuto favorire la monar-
chia e le destre nelle votazioni del 2 giugno.
La nuova Italia doveva rifiutare il "nazionalismo" e giocare la carta di
"separare la responsabilità morale dell'antifascismo e del popolo italiano da quel-
la del regime fascista, - fu sostenuto da Palazzo Chigi a proposito del discor-
so di De Gasperi il 10 agosto al Palais du Luxembourg - dare rilievo alla
cobelligeranza, e sottolineare che gli avvenimenti militari non avevano determi-
nato, ma solo reso possibile il crollo del regime fascista", una sfumatura che vi è
da dubitare venisse compresa dai vincitori. Bevin era d'accordo di non trat-
tare l'Italia "come se Mussolini fosse stato ancora al potere", ma dichiarò pub-
blicamente di non considerare il trattato duro, tenendo conto dei "danni cau-
sati durante il periodo delle aggressioni",(!?) un concetto ripetuto, privatamen-
te e in maniera risentita, anche dagli americani, quando gli italiani si lamen-
tavano per la perdita dell'Istria.
Dal canto suo la Jugoslavia aveva tre grossi vantaggi: di essere annove-
rata tra i vincitori, di essere appoggiata a fondo da uno dei Grandi, l'URSS,
e, fondamentale, di occupare con le proprie truppe gran parte dei territori
contesi. 'T-énezia Giulia costituisce ormai maggiore difficoltà nostro trattato di
pace per il fatto dell'occupazione jugoslava di zone contestate", telegrafava il
l O aprile Carandini riferendo l'opinione dei britannici. La presenza delle
forze jugoslave costituiva un ostacolo, perché non sarebbe mai stato ''possibile
ottenere retrocessioni al di là della linea Morgan" (questo il pensiero del gene-
rale americano Bedell Smith, ambasciatore a Mosca, riferito da Quaroni), (!B)
ed un pericolo, perché concretizzava "l'eterna possibilità colpo di mano con
relative complicazioni"; colpo di mano che a sua volta poteva limitarsi a
Trieste o, addirittura, coinvolgere tutta l'Italia settentrionale in collegamento
con i comunisti italiani, come si temerà nel 1947. Una delle giustificazioni
degli americani per la creazione del Territorio Libero di Trieste fu proprio di
allontanare la possibilità di una azione di forza, che si presumeva gli jugo-
slavi avrebbero avuto più remare a compiere contro una Trieste internazio-

