Page 113 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
P. 113

LA QUESTIO~F DI TRIESTE                                          103

          proposta  da Molotov,  che  a  quella  suggerita  da  Byrnes,  probabilmente  per
          indurre quest'ultimo a  rinunciare alla sua proposta. È da notare che, avuto
          sentore  delle  discussioni  su  un  plebiscito,  De Gasperi  convocò  subito,  il  5
                                                               24
          maggio,  una  riunione  della  delegazione  italiana  a  Parigi  ( )  per valutarne
          appunto l'opportunità e l'ambito geografico che avrebbe garantito le  miglio-
          ri possibilità di successo per l'Italia. Il governo italiano, e De Gasperi in par-
          ticolare, furono sempre restii a proporre con decisione un plebiscito a causa
          della  situazione dell'Alto Adige.  Oltre a  questo però vi  era  anche  il  timore
          che il risultato potesse essere sfavorevole all'Italia, perché nelle zone occupa-
          te  dalla Jugoslavia  la  propaganda e il  voto degli  italiani  non sarebbero stati
          liberi,  mentre nei territori sotto giurisdizione italiana o anglo-americana gli
          slavi  avrebbero  avuto  piena  libertà  di  espressione;  inoltre  vi  era  il  rischio,
          almeno fino  alla  rottura tra Mosca e Tito, che i comunisti italiani votassero
          per l'annessione alla Jugoslavia,  senza che ciò venisse compensato dal voto
          degli  slavi  anti-comunisti.  Dal  canto loro gli  jugoslavi  non  si  dichiaravano
          contrari in linea di  principio ad un plebiscito, purché esso si  svolgesse dopo
          un congruo  numero  di  anni,  per rimediare  alle  conseguenze  dell'opera  di
          "snazionalizzazione" degli slavi compiuta dall'Italia tra le  due guerre.
              Il  6 maggio De Gasperi ebbe tre colloqui,  rispettivamente con Byrnes,
          Bevine Molotov; solo con  l'americano entrò nel dettaglio della proposta di
          plebiscito, esprimendosi contro l'estensione dell'area della consultazione. Ai
          due occidentali ribadì che l'Italia non poteva rinunciare a Trieste ed alle cit-
          tadine dell'Istria. A  Byrnes  sottolineò  che  una  soluzione  troppo  favorevole
          alla Jugoslavia avrebbe danneggiato le fèJrze  moderate italiane, che di lì ad un
          mese  avrebbero  affrontato  le  elezioni  della  assemblea  costituente.  Meglio
          allora rinviare il problema per cinque anni, come suggerì  negli stessi giorni
          agli americani l'ambasciatore Carandini, ( 25 )  attuando nel frattempo la  revi-
          sione dell'armistizio. ( 26 ) Il governo di Roma si trovava in queste settimane in
          una  impasse:  pur  rendendosi  conto  che  la  situazione  si  stava  rapidamente
          deteriorando a  danno  dell'Italia,  nell'imminenza del  referendum  istituzio-
          nale e delle elezioni non poteva prendere iniziative che costituissero un ripie-
          ga  mento rispetto alla linea Wilson. Il  29  marzo Palazzo Chigi aveva  conse-
          gnato alle rappresentanze diplomatiche britannica ed americana a Roma un
          appunto redatto dallo Stato Maggiore Generale nel quale si affrontava il pro-
          blema della frontiera orientale dal punto di vista della sicurezza, osservando
          che,  abbandonata  la  linea  di  Rapallo,  solo  la  linea Wilson  offriva  all'Italia
          "elementi organici di difesa per l'intera frontiera giulia". Il 29  maggio l'am-
          miraglio De Courten, ministro c capo di Stato Maggiore della Regia Marina,
   108   109   110   111   112   113   114   115   116   117   118