Page 117 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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LA QUESTIONE DI TRIESTE 107
"rilevato da varie parti che la cosa migliore sarebbe stata toccare il meno possibi-
le le singole questioni ed impostare tutto il discorso sul tema generale dell'ingiu-
stizia e della minaccia alla pace non solo per noi facendo al di sopra delle dele-
gazioni un appello alla coscienza dei popoli", ( 38 ) ma più concretamente il pre-
sidente osservò che "diji'onte all'opinione pubblica italiana non è possibile pas-
sare sotto silenzio la questione di Trieste". Il l O settembre (non a caso cinque
giorni dopo la firma dell'accordo De Gasperi-Gruber che salvava la frontie-
ra del Brennero) l'Italia propose ufficialmente di tracciare la frontiera con la
Jugoslavia secondo una linea etnica da determinare consultando le popola-
zioni interessate; la proposta fu reiterata il 3 novembre, senza peraltro preci-
sare le modalità e l'ambito del plebiscito richiesto. ( 39 )
Il Consiglio dei quattro ministri degli esteri tornò a riunirsi a New York
dal4 novembre all2 dicembre; entro il 28 novembre fu raggiunto l'accordo
sulla Venezia Giulia; il 16 gennaio 194 7 il testo del Trattato di Pace fu con-
segnato all'ambasciata italiana a Washington. Sullo statuto del Territorio
Libero, a parte altre questioni (come le richieste dell'URSS, non accolte, di
una sua unione doganale con la Jugoslavia e di una giurisdizione esclusiva
di quest'ultima su una zona del porto), si scontravano due posizioni: gli
occidentali volevano rafforzare al massimo l'autorità del governatore, agen-
te per conto del consiglio di sicurezza dell'GNU, i sovietici intendevano
dare pieni poteri all'assemblea popolare ed al consiglio di governo.
Evidentemente i sovietici puntavano a controllare il territorio attraverso le
masse comuniste slave ed italiane, tanto più che, come da loro richiesto,
nella zona (B) sarebbero temporaneamente rimaste le truppe jugoslave,
mentre gli occidentali volevano riaffermare la supremazia dell'GNU, ove si
trovavano in vantaggio. Essendo la maggioranza degli abitanti del Territorio
italiano, Roma avrebbe dovuto essere favorevole ad uno statuto il più possi-
bile democratico, ma l'incognita (o forse la certezza) sull'atteggiamento filo-
jugoslavo dei comunisti italiani di Trieste rendeva preferibile, a giudizio di
Quaroni, Tarchiani e Carandini, dare "tutti i poteri al governatore". Nenni
diede poi istruzioni di esprimersi a favore di una soluzione che sancisse la
preminenza del governatore quanto "all'indipendenza ed allo status inter-
nazionale del Territorio", ma che basasse "la sua amministrazione inter-
na ... sulla ... più larga democrazia". ( 40 )
A latere delle conferenze si svilupparono alcuni contatti bilaterali tra ita-
liani e jugoslavi. Il 5 settembre il vice ministro degli esteri jugoslavo Bebler pro-
pose agli ambasciatori Quaroni e Reale (comunista, di nomina politica) una
soluzione basata sulla frontiera proposta dalla Bielorussia (che prevedeva la

