Page 119 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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L>\ QUESTIONE DI TRIESTE 109
All'Italia restava un'ultima decisione da prendere: utilizzare o meno
l'arma della minaccia di non firmare o non ratificare il Trattato di Pace. Già
in gennaio Quaroni aveva osservato che, volendo rifiutare la firma, occorre-
va dimostrare ai vincitori che "il popolo italiano ... (era) disposto a nuovi sacri-
fici per difendere i suoi interessi vitali", se non era così: "allora gli alleati non
hanno poi tutti i torti ad infischiarsene di noi". Successivamente, a fine luglio,
aveva precisato che una richiesta di revisione del trattato doveva essere impo-
stata sulle clausole limitative della sovranità, non su quelle territoriali o sulle
riparazioni, per le quali non vi era nulla da fare. In ottobre poi Quaroni,
Tarchiani e Carandini avevano ammonito che l'atteggiamento di non dire se si
sarebbe firmato o meno il trattato aveva "cessato di avere una utilità realistica.
Agli effetti dei negoziati esso non può più avere alcuna influenza perché nessuno
crede che noi non lo firmeremo". ( 47 )
A fine dicembre, sul tema del rifiuto di firmare il Trattato di Pace, De
Gasperi presiedette una riunione con Quaroni, Tarchiani e Soragna; Caran-
dini, assente, condivideva il punto di vista dei colleghi ambasciatori. ( 48 ) Se non
si voleva firmare bisognava essere sicuri di poter mantenere tale posizione, sop-
portando i sacrifici, soprattutto economici, che ne sarebbero derivati; perché il
rifiuto avesse una qualche utilità bisognava motivarlo "in modo da renderlo
«simpatico>> agli americani": non protestando per amputazioni territoriali spe-
cifiche, ma chiedendo "esplicitamente un libero plebiscito", non menzionan-
do le colonie, sottolineando che l'Italia non poteva firmare obblighi economi-
ci che sapeva già essere superiori alle sue possibilità, non sollevando obiezioni
per particolari clausole militari, ma rilevando che si lasciava "l'Italia nella
impossibilità assoluta di difendersi contro qualsiasi aggressore". Quaroni era "per-
sonalmente piuttosto favorevole a non firmare", pur prevedendo che "per la
parte territoriale, poco si potrebbe ottenere, specie sul confine giuliano". Il
timore comunque, già espresso in precedenza da Tarchiani e Saragat, era che
il rifiuto della firma apparisse "come una crisi di nazionalismo". ( 49 )
In conclusione occorre ritornare sul tema dei rapporti tra Italia e Stati
Uniti e dei "cedimenti" di questi ultimi. Commentando a caldo il ripiega-
mento che in poche settimane aveva portato Byrnes dalla linea americana
alla linea francese (senza peraltro dare Trieste all'Italia), Tarchiani accusò la
"fretta di Byrnes" e "le compiacenti formule compromissorie di Bidault".
Anche Quaroni, riferendo le opinioni di Bedell Smith, parlò "della fretta
americana di concludere la pace per potere, con la pace, ottenere lo sgombero, da
parte delle truppe sovietiche, in gran parte almeno, dei Paesi ex nemici ... è a que-
sta politica americana- proseguiva l'ambasciatore a Mosca (SO) -che i nostri

