Page 118 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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                rinuncia dell'Italia al saliente a nord est di  Cividale, a Gorizia, alla costa da
                Duino fin  quasi a Miramare); in cambio l'Italia avrebbe designato il gover-
                natore del Territorio Libero,  eventualmente con un vice  jugoslavo, avrebbe
                pagato minori riparazioni ed avrebbe avuto garantito il  sostegno del  blocco
                slavo sulle altre questioni. Subito Quaroni identificò il punto debole di con-
                versazioni dirette, poste "su di una base falsa la quale non può condurre a risul-
                tati positivi di sorta.  Oggi infatti cerchiamo,  tutti e due,  di vedere se attraverso
                negoziati diretti possiamo  ottenere dall'altro  qualche cosa  di più di quello che
                possiamo ottenere dalle decisioni collettive della Conferenza". Anche Reale con-
                cordava sulla inutilità di affrontare con la Jugoslavia il problema territoriale,
                4
                ( !)  mentre il  25  settembre il  segretario della commissione confini, Casardi,
                tracciava un bilancio disastroso degli effetti delle conversazioni. ( 42 )
                    Il noto viaggio di Togliatti a Belgrado all'inizio di novembre e la propo-
                sta di Tito di cedere Trieste all'Italia in cambio di Gorizia rilanciava la pro-
                spettiva delle  trattative dirette, anche perché nel frattempo aveva preso pos-
                sesso  di  Palazzo Chigi Nenni, che, pur irritato dalla scorrettezza del leader
                comunista,  era  propenso  a  continuarle.  Sugli  aspetti  assai  discutibili  della
                iniziativa di Togliatti non è possibile soffermarsi; essa derivava probabilmen-
                te  dal  desiderio  suo,  di  Tito  e  di  Stalin  di  evitare  che  il  Territorio  Libero
                diventasse  un  bastione  anglo-americano  nel  quadro  della  guerra  fredda;
                meglio allora dare la  città di Trieste all'Italia, tanto più che la Jugoslavia vi
                avrebbe guadagnato Gorizia.  Non  solo  Belgrado  avrebbe  concesso  ciò  che
                non  possedeva  ottenendo  una  città  il  cui  possesso  era  stato  riconosciuto
                all'Italia, ma, come emerse chiaramente, ( 43 ) il baratto proposto da Tito non
                prevedeva  la  continuità  territoriale  di  Trieste  con  l'Italia  (nel  cui  ambito
                avrebbe dovuto ricevere uno status di autonomia), perché Monfalcone avreb-
                be dovuto passare alla Jugoslavia. Le conversazioni italo-jugoslave, oltre ad
                essere ovviamente senza sbocco per la ragione già indicata da Quaroni, com-
                portavano per l'Italia  il  grosso  rischio  che gli  occidentali  le  interpretassero
                come una sua disponibilità ad ulteriori concessioni rispetto alla linea france-
                se, tanto che Nenni, il27 novembre, ( 44 ) chiese agli americani di non arretra-
                re  comunque rispetto ad essa.  Già due settimane prima peraltro Londra e,
                soprattutto,  Washington  avevano  espresso  al  governo  italiano  "piuttosto ...
                una remora che ...  un incoraggiamento a negoziati diretti", ( 45 )  anche se  poi,
                con un ennesimo parziale revirement, a fine  mese Byrnes e il  Dipartimento
                di  Stato erano sembrati incoraggiare la  ricerca  di  nuove soluzioni da  parte
                dell'Italia e della Jugoslavia, sia pure dopo la firma del trattato di pace nei ter-
                mini già stabiliti. ( 46 )
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