Page 220 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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L'U!\'IONE PUBBLICA ITALIANA                                      209


          l'allora  ministero Armi  e  Munizioni". ( 23 )  In tal  modo solo  una parte della
          verità è sfiorata.  Il  l  o  settembre 1939 Favagrossa era succeduto all'integerri-
           mo  generale  Dallolio  nella  presidenza  del  Comitato  per la  Mobilitazione
          civile (CMC) nonché in quella del Commissariato Generale per le fabbrica-
          zioni di guerra (Cogefag e poi Fabbriguerra). Ma già da molti anni prima del
           1939 Dallolio non aveva più i poteri dei quali era stato investito nel1915-18
           allorché  con  mano  ferrea  aveva  potuto  creare  e  dirigere  la  "mobilitazione
           industriale"  accentrando  in  se  tutte  le  decisioni  circa  le  commesse  (ordini
           all'industria)  delle  due  forze  armate  (prima  del  1923  l'Aeronautica  faceva
           parte dell'Esercito).  Nonostante,  ritardi,  inconvenienti e approfittamenti, la
           "mobilitazione  industriale"  del  1915-18  era  stata  nell'insieme  un  successo
           perché la  produzione bellica italiana si  era mantenuta all'altezza delle  esi-
           genze  militari  e  talora  anzi  le  aveva  sorpassate.  Naturalmente  non  erano
           mancati ritardi,  forniture  non soddisfacenti e  altri  inconvenienti rispetto ai
           quali il  sottosegretario e  poi  ministro alle Armi e  Munizioni disponeva - è
           vero - di un apparato punitivo. Sennonché le  pesantissime multe commina-
           te dalla normativa ben di rado venivano poi applicate per tema delle ritorsio-
           ni  che solevano  provocare al  minimo mutamento di programma o  alla  più
           piccola richiesta di modificazioni dei materiali il  multato reagiva con arresti
           produttivi o con pretese onerose. Insomma lo  Stato, in tempo in guerra cioè
           in condizioni di necessità, è un cliente debole  (discute poco i prezzi, condo-
           na le sanzioni, tollera i ritardi) cioè un buon cliente dal punto di vista dei pro-
           duttori. Ma - si  sa - ogni cosa buona è sempre perfettibile. E  del resto, come
           anche Favagrossa accenna di sfuggita, neppure alle singole Forze armate era
           piaciuta l'  onnipotenza di Dallolio la cui stringente logica accentratrice con-
           trastava con la  loro inveterata tendenza all'autonomia.
               Il sopravvenuto fascismo, sotto un volto dirigista e guerriero, aveva tutta
           la  convenienza  a  non  urtarsi  con  le  uniche  forze  che,  in  particolari  circo-
           stanze, sarebbero state in grado di contestare la  sua gestione esclusiva  della
           politica:  i grandi  interessi  economici e  le  forze  armate. A  queste ultime in
           particolare  Mussolini  applicava  il  principio  del divide  et  impera.  E  in  ogni
           campo diffidava di estese concentrazioni di potere. La capacità della grande
           industria di mettere a profitto le vocazioni separatiste delle singole istituzio-
           ni militari aveva partorito la soluzione "ideale". Fra il 1923 e i primi anni '30
           erano  nati  infatti  numerosi  enti:  un  Comitato  per  la  Mobilitazione  Civile
           aggregato alla Commissione Suprema di Difesa, suddiviso in tre organi prin-
           cipali e in una rete di "osservatori i-ndustriali" ripartiti nelle sette zone in cui
           il  paese  era  Stato  suddiviso.  Alla  testa  del  CMC  si  ritrovava  il  generale
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