Page 249 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
P. 249

238                                                       MARCOCUZZI


                mentre l'Italia avrebbe potuto sviluppare  una politica d'integrazione euro-
                pea, di  collaborazione con le  sue ex colonie, di rafforzamento della politica
                migratoria con il Continente americano e di sviluppo dei rapporti culturali e
                commerciali con l'Europa orientale: "Opponendo al trattato non un rifiuto (. .. )
                ma una visione più larga e più intelligente, noi lo superiamo nella realtà". < 44 ) Il
                Ministro concluse la sua relazione introduttiva analizzando le possibilità di
                revisione,  le  quali  sarebbero  state  maggiori  se  fosse  giunto  un  segnale  di
                disponibilità italiana sotto forma di ratifica. Soltanto ratificando il trattato si
                sarebbe potuto iniziare la revisione di esso.
                    Agli argomenti di Sforza si  contrappose subito dopo Benedetto Croce,
                intransigente oppositore alla ratifica. Lesponente liberale iniziò il suo inter-
                vento vera e propria requisitoria contro la politica "rinunciataria" del gover-
                no De Gasperi, domandandosi retoricamente se le tesi di Sforza fossero giu-
                ste: ''L Italia dunque, dovrebbe, compiuta l'espiazione con l'accettazione di que-
                sto dettato, e così purgata e purificata, rientrare nella parità di collaborazione con
                gli altri popoli". < 45 ) Ma l'utilizzo del condizionale suggeriva l'opposizione di
                Croce a questa ipotesi. Tale rientro sarebbe stato in realtà impossibile perché
                avrebbe trovato nella perdita della dignità di  un popolo il  suo inaccettabile
                fondamento.  Croce  era  d'accordo  con  Sforza  circa  i  principi  di  collabora-
                zione  che  avrebbero  dovuto  regolare  in  futuro  le  relazioni  internazionali.
                Tuttavia era proprio tale principio a stridere con il diktat di Parigi: "[;Italia è
                tra i popoli che più hanno contribuito a formare la civiltà europea e per oltre un
                secolo ha lottato per la libertà e l'indipendenza sua e,  attenutala, si era per molti
                decenni  adoperata  a  serbare  con  le  sue  alleanze  e  intese  difensive  la  pace  in
                Europa". < 46 ) Secondo il filosofo liberale non vi era traccia nella storia d'Italia
                di  quell'imperialismo condannato dall'enunciato del diktat:  l'Italia quindi,
                parte integrante ed essenziale dell'Europa, essendo sempre stata elemento di
                unione e non di dissoluzione del Vecchio Continente, non poteva essere con-
                dannata ma viceversa aiutata e sostenuta dalle altre Potenze. Un'Italia umi-
                liata e punita non avrebbe mai potuto integrarsi completamente nella comu-
                nità  internazionale,  e  senza  integrazione  italiana  non  avrebbe  mai  avuto
                luogo alcuna integrazione europea. Ma quali conseguenze avrebbe compor-
                tato  la  negazione  della  ratifica  da  parte  italiana?  "Non  accadrà  niente"  si
                rispose l'esponente liberale ''perché in questo documento è scritto che i suoi det-
                tami saranno messi in esecuzione anche senza l'approvazione dell'Italia". < 47 ) La
                conclusione della requisitoria di Croce si concentrò sulla critica diretta, ed a
                tratti  financo  sprezzante,  agli  argomenti  evocati  dal  Ministro degli  Esteri:
                "Fin da ora ci si esorta a ratificare sollecitamente il trattato per entrare negli areo-
   244   245   246   247   248   249   250   251   252   253   254