Page 250 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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LA RATIFICA DEL TRATTATO DI PACE                                 239


          paghi internazionali,  da  cui siamo esclusi e nei quali saremmo accolti a festa,  se
          anche come scolaretti pentiti, e ci si fa lampeggiare l'incoraggiante visione che le
          clausole di esso più gravi e più oppressive non saranno eseguite e tutto sarà sotto-
          posto a revisione". ( 48 ) Ma Croce non aveva alcuna fiducia in quelle che definì
          "facili  speranze".  Non  ratificando,  l'Assemblea  avrebbe  compiuto  un  atto
          prescindente dalla situazione contingente, dalle questioni minute del Paese,
          moralmente così elevato da essere interpretato dalla comunità internaziona-
          le come un segnale di rÌscossa  di un popolo che aveva già pagato per i suoi
          errori. Un atto, concluse il filosofo, tanto solenne che sarebbe stato ricordato
          dalle generazioni future del Paese.
              Il  confronto  tra  Sforza  e  Croce  proseguì  in  numerosi  successivi  inter-
          venti. A favore  delle tesi governative si  pronunciò tra gli altri il  socialdemo-
          cratico Canepa, il quale pronunciò una rispettosa ma ferma critica a Croce:
          "( ... )Chiunque è padrone difare l'atto sdegnoso che crede,  di dire  'costi quel che
          costi',  quando paga lui,  non quando manda il conto agli altri,  non quando chi
          paga è il popolo". ( 49 l Per il  suo collega di partito Treves la ratifica era "l'inizio,
          non è la fine,  della  nostra politica e soprattutto della  nostra politica estera".  (SO)
          Il democristiano Adonnino ricordò  che originariamente il  trattato era assai
          più duro ed iniquo e  come esso  fosse  stato  mitigato non solo dai viaggi di
          De Gasperi, ma anche dai rapporti che Nenni aveva intessuto con i governi
          socialisti europei e persino dalle "missioni ideologiche" di Togliatti a Belgrado.
          Per Adonnino inoltre alcuni articoli del trattato dovevano essere considerati
          il  "male  minore"  (Sl)  Labriola  liquidò  l'intera  questione  della  ratifica  con
          parole di disprezzo verso il  documento di Parigi, il quale doveva essere rati-
          ficato  immediatamente  per  consentire  all'Italia  di  occuparsi  di  questioni
          assai  più  serie  ed urgenti:  "Il trattato  va considerato  come un  mucchietto di
          sassi o d'immondizie che possono ingombrare la strada.  Un colpo di piede e ce ne
          liberiamo.  La ratifica non è che il colpo di piede che ci libera dalla  immondi-
          zia".  (SZ)  Il  repubblicano  Pacciardi  riprese  le  tesi  della  ratifica  come  atto
          conclusivo  di  un  lungo  periodo  di  sofferenze:  "Perché  ratifichiamo?  Rati-
          fi"chiamo,  onorevoli colleghi, perché bisogna chiudere al più presto -più presto
          è meglio è- questa parentesi tragica della nostra lunga storia nazionale. Vogliamo
          uscire,  per quanto dipende da  noi,  da  questo stato miserando di minorità inter-
          nazionale.  Vogliamo  al più presto  ripartire  da  zero,  magari da  sotto  zero,  ma
          ripartire,  per il nostro  immancabile cammino  in  ascesa".  (S 3 )  I:intervento  più
          ispirato a favore delle tesi del Governo fu però pronunciato dal vicepresiden-
          te del Consiglio Einaudi, il quale, prescindendo dalla dialettica parlamenta-
          re  e  dagli  schieramenti contrapposti creatisi di conseguenza, proiettò il  suo
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