Page 253 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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                    La tesi  del  rinvio  della  discussione venne rilanciata il  28  luglio dall'ex
                Ministro del Tesoro Corbino, il  quale ripropose la questione del rinvio della
                discussione:  "Perché"  si  domandò  retoricamente  l'esponente  liberale  indi-
                pendente ( 6 1) "dobbiamo ratificare oggi, quando non è necessario?". ( 62 ) Secondo
                Corbino nessuna Nazione aveva fatto o stava facendo pressioni sull'Italia in
                quel senso; inoltre, riprendendo le argomentazioni dei qualunquisti, per l'ex
                Ministro  non  sussisteva  nessun  legame  tra  accordi  commerciali  e  ratifica.
                Lingresso nell'ONU inoltre, evocato dal Governo come obiettivo primario,
                lasciava Corbino alquanto scettico:  "Non è che una pedana su cui due scher-
                midori ( .. .)  si battono spesso con pericolo dei padrini e,  in qualche caso,  perfino
                di coloro che stanno a guardare"; ( 63 ) quindi, nessun vantaggio concreto veni-
                va ravvisato nel tanto decantato ingresso italiano alle N azioni Un i te. Potenza
                di rango inferiore, Nazione vinta, l'Italia avrebbe giocato nel consesso inter-
                nazionale un gioco alquanto limitato. Concludendo, l'ex Ministro del Tesoro
                propose  un  rinvio  della  discussione  sino  alla  scadenza  del  mandato
                dell'Assemblea: allora, l'atto di ratifica avrebbe potuto essere un atto unani-
                me e non, come appariva in quel momento, un atto di maggioranza.
                    La "sortita" dei  sostenitori del  rinvio convinse  i leader  della  sinistra ad
                una presa di posizione. Il29luglio fu la volta di Togliatti. Il segretario comu-
                nista  evitò  abilmente di  parlare del Trattato,  liquidandolo con  un'afferma-
                zione che di fatto riprendeva quanto da lui espresso all'indomani della firma:
                "La sostanza del trattato  (. . .) viene dalla guerra fascista.  Miglioramenti potevano
                essere ottenuti attraverso una diversa politica,  ma la sostanza rimane quella". (M)
                Ciò  che  più  premeva  all'esponente  comunista  era  la  politica  estera  del
                Governo  De  Gasperi,  il  vero  oggetto  di  discussione  di  quelle  sessioni.  Il
                punto di  partenza di Togliatti  fu  per l'appunto la  sostanza  del  Trattato,  la
                quale avrebbe potuto essere molto peggiore e "un po' migliore". Molto peg-
                giore  se  non vi  fosse  stata  l'insurrezione  antifascista.  Un po'  migliore,  se  i
                governi  italiani avessero  condotto una diversa  politica estera.  Nella lotta  al
                nazifascismo si  era costituita  una sinergia di  forze  eterogenee:  da un lato  i
                paesi  "democratici-capitalistici"  e  dall'altro  la  "democrazia  socialista".
                "I.; errore della nostra politica estera,  dal giorno della liberazione di Roma in poi,
                è stato di essere una politica estera eccessivamente unilaterale, orientata sopra una
                di queste forze e non sopra l'unità di esse". ( 65 ) I Governi, dal gabinetto Bono mi
                in  poi,  si  erano  preoccupati  di  "fare  cortesie  a  tutti",  dimenticandosi
                dell'Unione Sovietica, assumendo un atteggiamento ostile verso la Jugoslavia
                di Tito e soprattutto schierandosi sempre più nella sfera d'influenza angloa-
                mericana. Le sinistre, al governo fino al  maggio precedente, avevano tentato
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