Page 275 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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264 TAVOLA ROTONDA
A tutto questo SI aggiunga, poi l'avverarsi della lucida profezia che
Quaroni, io credo sicuramente il nostro più brillante diplomatico, fa nell946
scrivendo in un dispaccio a De Gas peri: "Ormai è evidente che inglesi e ame-
ricani sono ben decisi a ridurre al minimo indispensabile dal loro punto di
vista le nostre forze armate, per poi poterei, con il pretesto che noi dobbiamo
contare sul soccorso collettivo in caso di aggressione, imporre tutta una bella
serie di basi navali ed aeree, di vie di comunicazione e di accordi militari e
navali, per cucinarci, in una parola, nella migliore salsa egiziana". In riferi-
mento, appunto, al rango internazionale dell'Egitto.
Voi vedete che qui parla un uomo della vecchia Italia, nessuno amba-
sciatore oggi parlerebbe così, perché reputerebbe del tutto ovvio, come del
resto poi quasi tutti noi oggi reputiamo, che l'Italia sia, per così dire, inserita
- usiamo la parola inserita - in una serie di accordi internazionali. Un uomo
della vecchia Italia, come Quaroni, pensava, invece, che non fosse accettabile
cedere basi, e consentire a stranieri di operare all'interno di queste basi, come
poi è accaduto, naturalmente per buone ragioni, per ottime ragioni: perché
c'era una minaccia politico-militare assai pericolosa ai nostri confini e ai con-
fini di tutta un'area dell'Europa. E quindi, se non si faceva così, non si pote-
va fare altrimenti. Bisognava fare così. Bisognava sicuramente allacciare rela-
zioni, cedere delle basi, dare il controllo di vie di comunicazioni, consentire di
operare, data anche la disparità enorme del peso politico: tutto ciò perché poi
avremmo potutp averne in cambio, evidentemente, vantaggi che avrebbero
potuto lenire la nostra condizione di debolezza, bisognava consentire un rap-
porto di sudditanza con gli Stati Uniti, per chiamare le cose con il proprio
nome. Bisognava consentire tutto ciò. Io personalmente penso che si sia fatto
bene a farlo. Non si poteva fare diversamente. Innanzi tutto bisogna tenere
conto di questa condizione complessiva di equazione, diciamo così, date le
premesse, dato lo stato in cui eravamo ridotti, non potevamo fare diversa-
mente. Ma tutto ciò che è stato fatto ha avuto un effetto, ha avuto un profon-
do significato.
Noi abbiamo dovuto, per esempio, cedere il controllo di alcuni flussi
decisivi per un paese, alla fine del Ventesimo secolo, ad un controllo fuori
dalle nostre frontiere: il controllo sull'energia. Tutti avete in mente quello
che è stato l'ENI, quello che è stato il problema dell'energia atomica, la sto-
ria dell'energia atomica in Italia. E, senz' altro, noi siamo stati un terreno di
influenza, dove si sono combattute delle lotte politiche internazionali che
sfuggivano al nostro controllo.
Come è'il caso anche accaduto massimamente, per esempio, per i servi-
zi segreti. A noi è sembrato ovvio che i nostri servizi segreti si dividessero in

