Page 275 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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                    A  tutto  questo  SI  aggiunga,  poi  l'avverarsi  della  lucida  profezia  che
                Quaroni, io credo sicuramente il nostro più brillante diplomatico, fa nell946
                scrivendo in un dispaccio a De Gas peri: "Ormai è evidente che inglesi e ame-
                ricani sono ben decisi a  ridurre al  minimo indispensabile dal loro punto di
                vista le nostre forze armate, per poi poterei, con il pretesto che noi dobbiamo
                contare sul soccorso collettivo in caso di aggressione, imporre tutta una bella
                serie di basi navali ed aeree, di vie  di comunicazione e di accordi militari e
                navali, per cucinarci, in una parola, nella migliore salsa egiziana". In riferi-
                mento, appunto, al rango internazionale dell'Egitto.
                    Voi  vedete  che  qui parla  un  uomo  della  vecchia  Italia,  nessuno amba-
                sciatore  oggi  parlerebbe  così,  perché  reputerebbe  del  tutto  ovvio,  come  del
                resto poi quasi tutti noi oggi reputiamo, che l'Italia sia, per così dire, inserita
                - usiamo la parola inserita - in una serie di accordi internazionali. Un uomo
                della vecchia Italia, come Quaroni, pensava, invece, che non fosse accettabile
                cedere basi, e consentire a stranieri di operare all'interno di queste basi, come
                poi è accaduto,  naturalmente per buone ragioni, per ottime ragioni:  perché
                c'era una minaccia politico-militare assai pericolosa ai nostri confini e ai con-
                fini di tutta un'area dell'Europa. E  quindi, se non si faceva così, non si pote-
                va fare altrimenti. Bisognava fare così. Bisognava sicuramente allacciare rela-
                zioni, cedere delle basi, dare il controllo di vie di comunicazioni, consentire di
                operare, data anche la disparità enorme del peso politico: tutto ciò perché poi
                avremmo potutp  averne  in  cambio,  evidentemente, vantaggi  che  avrebbero
                potuto lenire la nostra condizione di debolezza, bisognava consentire un rap-
                porto di  sudditanza con gli  Stati Uniti,  per chiamare le  cose  con il  proprio
                nome. Bisognava consentire tutto ciò. Io personalmente penso che si  sia fatto
                bene a  farlo.  Non si  poteva fare  diversamente.  Innanzi tutto bisogna tenere
                conto di  questa condizione complessiva di  equazione, diciamo così,  date  le
                premesse,  dato  lo  stato  in  cui  eravamo  ridotti,  non  potevamo  fare  diversa-
                mente. Ma tutto ciò che è stato fatto ha avuto un effetto, ha avuto un profon-
                do significato.
                    Noi  abbiamo  dovuto,  per esempio,  cedere  il  controllo  di  alcuni  flussi
                decisivi  per un paese,  alla  fine  del Ventesimo  secolo,  ad  un controllo fuori
                dalle  nostre  frontiere:  il  controllo  sull'energia.  Tutti  avete  in  mente  quello
                che è stato l'ENI, quello che è stato il problema dell'energia atomica, la sto-
                ria dell'energia atomica in Italia. E, senz' altro, noi siamo stati un terreno di
                influenza,  dove  si  sono  combattute delle  lotte  politiche  internazionali che
                sfuggivano al  nostro controllo.
                    Come è'il caso anche accaduto massimamente, per esempio, per i servi-
                zi segreti. A noi è sembrato ovvio che i nostri servizi segreti si  dividessero in
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