Page 278 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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L'IDENTITÀ NAZIONALE ED IL TRATTATO lll PACE                      267

         era Togliatti, ricordavano bene quanto avesse nuociuto alle sinistre nel dopo-
         guerra di trenta anni prima schiacciarsi su una posizione per così dire di tipo
         antinazionale.  E  quindi  volevano  evitare  di  ripetere  quell'errore:  di  poter
         essere identificate con una forza  politica che prendeva una posizione nazio-
         nalmente poco felice:  quale quella di sottoscrivere il Trattato di Pace.
             Dall'altra  parte  non  potevano  alzare  la  bandiera della  Nazione,  come
         poteva fare  Benedetto Croce,  insomma,  per opporsi  al  Trattato  di  Pace,  su
         quella base. E, quindi, ecco questo atteggiamento barcamenante di  astener-
         si, di non identificarsi, ma neanche dissociarsi.
             Il tema della Nazione rappresenterà sempre, ed ha rappresentato fino a
         oggi, un nodo cruciale. Si può dire che soltanto con la fine della guerra fred-
         da la sinistra, perlomeno una parte significativa, importante o forse  maggio-
          ritaria  della  sinistra  italiana,  può  finalmente  pensare  a  riconciliarsi  con  il
         tema della N azione.
             Tema che porta in primo piano anche un altro spinoso problema. Cioè
         l'immagine che il  mondo democratico italiano dà all'esterno di sé, su questo
         tema della Nazione. Soprattutto dà agli occhi degli anglosassoni, che sono gli
          stranieri con cui noi ci troviamo più immediatamente alle prese.
             Vorrei trarre soltanto delle breve conclusioni sugli effetti che ha avuto il
         Trattato di Pace. Le cose dette fin qui, su due aspetti, che sono poi quelli più,
         ovviamente,  connessi  al  Trattato  di  Pace:  cioè  sulla  politica  estera  e  sulla
         difesa. Quelli che a me sembrano essere stati due aspetti connessi tra di loro.
             Proprio  in  forza  di  quello  che  dicevo  all'inizio,  il  Trattato  di  Pace  ha
         obbligato  la  politica  estera  italiana  e  la  diplomazia  che  la  serviva,  a  porsi
          come obiettivo costante,  primario e,  in certe circostanze, quasi ossessivo,  il
          recupero,  non  il  recupero  della  parità,  naturalmente,  perché  questo  era
          impossibile, ma, comunque diciamo, il  recupero di una parvenza di parità.
             Abbiamo tutti  presenti  l'ossessivo  puntiglio con cui  l'Italia  eccepisce  a
         qualsiasi cosa,  per così  dire,  la  tagli  fuori.  Anche  in  queste  settimane assi-
          stiamo, appunto, a questa puntigliosa contrapposizione alle  Nazioni Unite
         dell'Italia  nei  confronti della  Germania e del  Giappone, a  cui  un progetto
         caldeggiato dagli Stati Uniti, dovrebbe aprire le  porte del Consiglio di Sicu-
         rezza. Invece l'Italia si oppone, perché sente questo progetto come un'insop-
         portabile ferita al  suo prestigio. Al suo prestigio?  l:Italia non è la Germania
         o  il  Giappone.  C'è  poco  da  fare.  Non  lo  è.  Però,  pur sapendo che  non  lo
          siamo - tutti quanti lo  sanno,  naturalmente - però noi dobbiamo fare  finta
         che lo siamo in qualche modo.
             Questa condizione ci  ha  spesso  spinto ad  una politica estera  instabile,
         volta soprattutto a cogliere l'occasione. E  quindi con tutta la  precarietà che
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