Page 291 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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                 alle attuazioni. Infatti la  Germania, aprendo prima un Fronte di guerra ad
                 Ovest e poi uno ad Est, coniugava logicamente e perfettamente:
                 a)  prese di posizioni ideologiche;
                 b)  intendimenti di ordine politico (cioè cura di interessi materiali);
                 c)  corretto indirizzo e gestione delle operazioni militari.
                     :Citalia  invece,  impegnando  una  quota  non  indifferente  delle  proprie
                 risorse militari fin  dall'inizio in quegli stessi fronti  (Francia, Belgio, Russia
                 oltreché Albania, Grecia, Jugoslavia)  non metteva affatto in accordo ideolo-
                 gia, politica ed operazioni militari poiché la geografia, gli interessi materiali
                 e la situazione strategica le imponevano tassativamente di non inviare né un
                 soldato né una bicicletta in quelle zone e di concentrare ogni possibile dispo-
                 nibilità  militare sul Fronte Sud, onde estromettere l'Inghilterra dall'Egitto,
                 acquisire il controllo del canale di Suez e del Mar Rosso, rifornire e proteg-
                 gere l'impero da poco faticosamente conquistato, portare il Medio Oriente e
                 l'Mrica  del  Nord sotto  la  diretta  influenza del Protettore dell'Islam  (come
                 Mussolini amava farsi definire).
                     In Italia però l'ideologia fu  più forte del senso politico-militare e, pun-
                 tando subito l'attenzione più verso Est (dove non c'era, peraltro, alcun obiet-
                 tivo importante e da dove non poteva venire alcuna minaccia) che verso Sud
                 (dove c'erano tutti gli obiettivi importanti e da dove potevano venire le vere
                 minacce  poiché  là  si  era  appostata  l'Inghilterra,  il  nemico  dichiarato)  si
                 cominciò  a  perdere  la  guerra  nel  momento stesso  in cui  le  si  dava  inizio.
                 Briga, Tenda,  l'Istria,  la Dalmazia, il  Dodecaneso, la  Libia,  la  Cirenaica e
                 l'Etiopia non furono perse perché ciò era in ogni caso inevitabile ma perché
                 la guerra non fu né dichiarata né condotta nei tempi e nei modi suggeriti dalle
                 regole elementari di ogni conflitto militare.
                     Di questo ci si rese conto il25luglio 1943, quando il Gran Consiglio del
                 Fascismo, con la  sua decisione, fece  intendere a chi voleva e doveva capire:
                 "la guerra che stiamo disastrosamente perdendo, iniziata e condotta in  nome
                 di una ideologia, doveva essere riaffidata alla politica e alle regole fondamen-
                 tali della guerra".
                     Il popolo italiano, stremato da tre anni di sofferenze, comprese benissimo
                 il  senso di quel messaggio;  sentì che,  in esso  si  parlava di  pace e cominciò
                 subito  a  reclamarla  con  un'ansia  consona  più alle  proprie  speranze  che  a
                 quelle regole della guerra che presuppongono non si conceda mai alcun van-
                 taggio, tanto meno se psicologico, al nemico.
                     Nel  1943  l'Italia  veniva  invasa,  conquistata  inesorabilmente  e  l'unica
                 manovra valida dal punto di vista  militare e politico sarebbe stata quella di
                 attuare  una  ritirata  strategica  dalla  Sicilia  agli  Appennini Tosco  Emiliani,
                 richiamare in Patria tutte le truppe dislocate all'estero, lasciare sulle braccia
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