Page 181 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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PROFETI INASCOLTATI E "MAITRES À PENSER": .. 171
contesto culturale e politico del tempo, prive (o povere) di giudizi e ammae-
stramenti, a volte difensiviste e giustificazioniste. Forse, tale filone ha finora ri-
scosso scarso successo anche perché potrebbe essere interpretato come un argine,
un freno nei riguardi di approcci "esterni" o particolaristici che magari risento-
no di idola tribus politico-sociali del momento e non inquadrano bene gli ar-
gomenti esaminati nel contesto strategico e tecnico-militare (che peraltro non è
facile valutare correttamente in tutta la sua complessità).
In questo quadro dal quale emerge come dato costante la marginalità della
storia organica del pensiero militare, i profeti inascoltati non possono che essere
molti. Sono molti anche per l'altrettanto costante marginalità della scienza e cul-
tura militare, sbrigativamente liquidate fino ai nostri giorni non come componente
inscindibile della scienza e cultura politico-sociale, ma come "cultura della guer-
ra" e quindi guardate con sospetto, anche perché non si parla volentieri di ciò
che non si conosce o non si vuole conoscere, ritenendolo un residuo "militari-
sta" fuorviante e in contrasto con gli indirizzi della civiltà e della società.
Guardiamoci, però, dal gettare facili crucifige sul clima a-militare (o anti-
militare, o surrettiziamente cosmopolita) dell'Italia del dopoguerra: anche que-
sto fenomeno ha profonde radici storiche. Scriveva nel1929 certo Armando Pavesi,
non altrimenti noto:
Possiamo domandarci, chiedendo venia della parafrasi, perché la letteratu-
ra militare non sia popolare in Italia? [ .. .l. Una ragione di semplicità lapalissia-
na, e come tale, tutta vera, è questa: che in Italia non essendo mai stati popolari
- dal1870 in poi- esercito e professione delle armi, non poteva aver germoglio
che una letteratura militare scarsa e sol dischiusa a pochi iniziati. Mancando il
caldo consenso e la simpatia animatrice del pubblico per i problemi militari, dai
più semplici ai più complessi, i pochi scritti che d'essi trattavano rimanevano pro-
duzione a sé stante, quasi avulsa dali 'attività intellettuale del resto della nazio-
ne. Egregi scrittori non mancavano, e articoli, opuscoli e libri venivano pubblicati
con serietà di dottrina e nobiltà d'intenti; ma chiedere tuttavia un'opera milita-
re in una libreria d'allora, era come obbligare il commesso a salire, scala· alla
mano, su in alto, nella penombra delle scansie rasenti al soffitto osJ.
Va da sé che la marginalità della cultura militare non ha certo creato l' hu-
mus favorevole - sia nella Nazione che nell'Esercito - affinché le idee e le teo-
rie dei vari autori prima di tutto fossero conosciute e diffuse, e, in secondo luogo
fornissero risultati concreti.
Dopo queste non brevi premesse, rese necessarie dal carattere molto spe-
cifico del tema che mi accingo a trattare, è bene chiarire subito che nessun uo-
mo è profeta, o è profeta fino in fondo. Come scriveva nel 1924 il colonnello
Arlgelo Gatti, gli scrittori militari del tempo "hanno visto giusto, ma, come tutti
gli scopritori, hanno visto più grande la realtà". Bisogna anche tener conto che,
sul piano generale, nulla in Italia è più inedito delle cose già edite. La "cosa nuo-
va" diventa così, con una certa frequenza, una cosa che semplicemente non ci

