Page 186 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
P. 186
176 FERRUCCIO BOTII
ragioni e motivazioni puramente tecnico-militari ad altre nazionali. Al tempo
stesso, il suo modello di storia militare non è angustamente e aridamente tecni-
co-militare, ma mira a mettere in relazione l'arte militare e il divenire delle Istituzioni
militari con la politica, la legislazione, l'economia e le scienze C 22 ).
Il culto di Mahan che contraddistingue gran parte degli studi strategici na-
vali italiani del secolo XX non è sempre giustificato. Con le sue Riflessioni sul
potere marittimo del 1814, C 2 3) il napoletano Giulio Rocco settant'anni prima di
Mahan ha definito il potere marittimo, ne ha dimostrato l'importanza, ha messo
bene in evidenza il legame tra Marina militare e mercantile e ha sostenuto la ne-
cessità di incrementare il commercio marittimo con un armonico sviluppo delle
due componenti, indicando inoltre i criteri organizzativi per ottenere una Marina
efficiente e ben amministrata. Il Rocco, insomma, ha detto fin da allora, senza
inutili massimalismi, tutto ciò che serve allo sviluppo di una media Marina me-
diterranea, quale era allora quella napoletana e quale sarebbe poi stata anche
quella italiana. Purtroppo, nonostante un tentativo di riesumazione in coinci-
denza con la guerra di Libia le sue idee sono state come subissate da quelle -
più affascinahti ma adatte solo a una grande Marina preponderante - del profe-
ta americano del potere marittimo, il cui modello era la Royal Navy.
Lo studio del linguaggio militare è stato stranamente trascurato nel secolo
XX: non così è avvenuto nel secolo XIX, quando i numerosi dizionari militari
comparsi specie nel periodo dal 1815 al 1870 esprimono un rinnovato interesse
per le armi e la cultura militare e l'aspirazione all'unità e indipendenza anche
culturale dell'Italia. In questo campo un precursore totalmente dimenticato, ma
la cui opera è tuttora preziosa per chi volesse ricostruire l'etimo dei nostri vo-
caboli militari (molti dei quali antichi) è stato il dotto torinese Giuseppe Grassi,
che con il suo Dizionario militare italiano (1817, C 24 ) 2' Ed. postuma, è· rivedu-
ta da altri, nel 1833) ha fatto opera altamente nazionale, perché intendeva af-
francare il linguaggio militare italiano del tempo degli eccessivi influssi stranieri,
e in particolare francesi; è stato pertanto convinto purista. La sua tesi di fondo
è che molti termini militari stranieri sono di origine italiana, perché esportati
all'estero durante il predominio degli architetti e condottieri italiani dal Medioevo
al Rinascimento, e successivamente reintrodotti in Italia nei secoli di domina-
zione straniera fino alla Rivoluzione Francese; il suo riferimento privilegiato è
stato pertanto il Vocabolario della Crusca e la lingua toscana.
Nessuno ha mai citato l'avvocato piemontese Giuseppe Cridis, che nel 1824
ha pubblicato un'opera in quattro libri sulla Politica Militare C 2 5\ la quale di per
sé dimostra quanto siano in errore coloro che oggi attribuiscono a Clausewitz il
merito principale di aver approfondito per primo i rapporti tra politica e guer-
ra. Ma l'opera del Cridis è importante, soprattutto perché ha fornito un intelli-
gente quanto raro condensato delle concezioni militari prevalenti negli Stati
pre-unitari, rimanendo però lontano da giudizi drastici e manichei e da atteg-
giamenti di chiusura conservatrice.
Il Cridis critica, più che la strategia, la logistica di Napoleone; si dichia-
ra contrario agli eserciti di massa; esamina vantaggi e svantaggi degli eserciti

