Page 187 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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PROFETI  INASCOLTATI  E  "MAITRES À PENSER": ..                        177

         permanenti a lunga ferma e  degli eserciti di milizia,  peraltro senza prendere una
         posizione  netta;  approfondisce  il  concetto di  guerra  giusta,  difensiva  e  offensi-
         va. Cosa rimarchevole, ritiene anch'egli che l'avanzamento degli ufficiali dovrebbe
         avvenire  in base al  merito  e  non ai  titoli  di  nobiltà,  e  afferma  (con preveggen-
         za ma senza essere ascoltato) che il  principe non deve assumere direttamente il
         comando dell'esercito  se non ne ha le  qualità.
              Nel  1832 è stato pubblicato per la prima volta in Prussia il  celebre libro po-
         stumo  Della Guerra di  Clausewitz,  che - questo va  sottolineato - in Italia  è  di-
         ventato un autentico "maitre à penser" solo dopo il  1945, con una certa influenza
         anche  negli  anni  Trenta.  Un  "maitre  à  penser"  senz'altro  mal  studiato,  troppo
         esaltato e  non sempre ben compreso, visto  che:
           mentre  in Francia  le  sue opere principali sono state  tradotte già a  partire dal
           1849-1851,  in Italia,  come si  è  visto,  solo  nel  1942  è  comparsa una traduzio-
           ne completa del  Vom Kriege,  che è  la  sua  opera principale ma non è  l'unica
           opera;
           manca tuttora,  in Italia,  una traduzione e  un'analisi critica delle altre  sue ope-
           re  e  dei suoi principali saggi,  a  cominciare  dal  1805.  Ciò significa che,  nei ri-
           guardi di Clausewitz, non è ancora possibile seguire il primo criterio da adottare
           nell'analisi  del  pensiero  di  un  autore,  cioè  lo  studio  di  tutti  o  almeno  della
           maggior parte dei suoi scritti;
         - come insegna anche il Cisotti,  ciascun autore va collocato nel contesto del suo
           tempo.  Sotto  questo  profilo  il  Della Guerra  di  Clausewitz  si  caratterizza  non
           per l'esame  del  rapporto  tra  politica  e  guerra  (che  non è  stato il  solo  a  com-
           piere) ma  per la  preminenza data  ai fattori  morali  e  spirituali,  al  napoleonico
           l'imprevu domine à la guerre,  e per la  conseguente, limitata importanza da lui
           attribuita ai principi della guerra (che a suo avviso non sono immutabili e sem-
           pre  validi  e  non  costituiscono,  per  il  comandante,  un  riferimento  costante).
           Clausewitz,  inoltre,  non  ritiene  possibile  una  teoria  compiuta  della  guerra,  si
           rifiuta  di prendere in esame i riflessi  della  preparazione, del materiale  e  della
           logistica sulle operazioni e  ironizza sull'eccessiva importanza attribuita da talu-
           ni autori alla geografia, attribuendo il  ruolo principale al talento, al coeup d'oeil
           del capo,  alla virtù  militare  dell'esercito e  al  suo sentimento nazionale < 26\
           con questi caratteri,  le teorie di Clausewitz sono eminentemente spiritualiste.  Il
           generale  Mordacq  nel  1912  l'ha  indicato  giustamente  come  capostipite  degli
           "ideologi"  che  tendono  all'astrazione,  contrapponendosi  al  dogmatismo  dei
           "dottrinari" (Biilow, Jomini e l'Arciduca Carlo di Lorena) i  quali a loro volta vor-
           rebbero  fornire  una  teoria  completa  della  guerra,  razionalizzarla  e  "ridurla  in
           equazioni" <m. Pertanto diversamente da Clausewitz i dottrinari indicano dei prin-
           cipi della guerra di validità costante (Jomini pretende,  addirittura,  di aver carpi-
           to  il  segreto  delle  vittorie  di  Napoleone,  individuandolo  nella  concentrazione
           della massa delle forze nel punto decisivo) e danno grande importanza agli Stati
           Maggiori,  alla  pianificazione,  alla  logistica,. al  buon materiale e  alla geografia;
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