Page 188 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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              ad eccezione  della  Germania,  l'influsso  di Jomini è  stato fino  ai  nostri  giorni
              predominante  ovunque  e  specie  in  Francia,  in  Italia  e  negli  Stati  Uniti  C 28 )
              (Mahan è  un suo seguace,  così come sono suoi seguaci- magari  inconsape-
              voli - i teorici della guerra di materiali e di macchine a cominciare da Douhet,
              e  gli stessi  nuclear strategists);
              le due guerre mondiali, vinte da chi possedeva più risorse e più materiali, han-
              no accreditato più le teorie di Jomini che quelle di Clausewitz. Anche le guer-
              re post-guerra fredda condotte dall'Occidente- basate sulle macchine e tecnologie
              in sostituzione  del  clausewitziano  animus pugnandi e  su  un'accurata  prepa-
              razione e pianificazione, tendente a ridurre al minimo l'imprevisto - hanno ri-
              chiesto un approccio metodico,  quindi jominiano più che clausewitziano.
                In conclusione, oggiJomini è un "maitre à penser" almeno quanto Clausewitz
           o se si preferisce un profeta inascoltato, visto anche che diversamente da Clausewitz
           depreca  le  guerre  di  nazioni  di  tipo  napoleonico e  le guerre di  popolo,  prefe-
           rendo le guerre condotte da piccoli eserciti regolari d'élite.  Ambedue hanno par-
           ti  valide  e  attuali  e  altre  meno;  ambedue  devono  ancora  essere  conosciuti  e
           studiati  a  fondo,  perché  rappresentano  tuttora  i  due  poli  opposti  del  pensiero
           strategico  europeo,  con teorie  la  cui validità va verificata  di  volta  in volta,  sen-
           za  pretesa di farne  un breviario del buon generale o  un idolo al  quale è  obbli-
           gatorio sacrificare  periodicamente,  pena la  scomunica.
                Oggi  è  di particolare attualità  il  modello  di  esercito  "lancia  e  scudo",  cioè
           una ridotta  quantità  di  forze  volontarie  e/o a  lunga  ferma  mantenute anche in
           pace ad un elevato grado di prontezza operativa e atte anche ad interventi al di
           fuori  dei  confini nazionali,  completate  da  uno  "scudo"  composto  da  truppe di
           leva a  breve ferma,  con preminenti compiti di difesa  del territorio.
                Questo tipo di esercito non è una novità:  se n'è già cominciato a parlare in
           Italia  nella  Restaurazione  per merito  del  generale  napoletano  Guglielmo  Pepe,
           capo militare discusso ma fervente patriota e eminente scrittore militare.  Nel suo
           libro  del  1836  (in francese)  l' Italie Militai re,  C 2 9)  il  Pepe sostiene  la  necessità  di
           creare un esercito composto da un'élite a lunga ferma  integrata  e  alimentata da
           un'aliquota di milizie cittadine a reclutamento locale, che si addestrerebbero con
           le  modalità  già  indicate  dal  Filangieri  e  adotterebbero  una  strategia  interforze,
           utilizzando veloci  navi  a  vapore  per sbarchi alle spalle  del nemico.  Non  basta:
           il  Pepe  si  dimostra  un  precursore  anche  nel  campo  della  disciplina  e  dei  rap-
           porti esercito-Paese, della logistica, dell'avanzamento ecc., suggerendo criteri as-
           sai  avanzati  che  prevarranno  gradualmente  solo  nel  corso  del  secolo  XX,  e
           indicando anche la  necessità dell'istruzione  militare  nelle scuole.
                Oggi  in  Italia  si  parla  molto  di  geopolitica  e  geostrategia,  facendo  preva-
           lente  riferimento  ad  autori  stranieri;  dovrebbe  invece  essere  ricordato  che  la
           geostrategia  è  nata  in Italia  nel secolo  scorso  per merito del  generale  Giacomo
           Durando,  che  nel  suo  libro  del  1846  Della  nazionalità italiana -saggio politi-
           co/militare (imperfettamente citato e  interpretato dal Pieri) C30)  per primo ha in-
           trodotto e definito questo vocabolo. Il Durando, inoltre, indica la geografia come
           fattore  trainante  nella formazione  delle  nazionalità e  come matrice comune della
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