Page 204 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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nostro secolo inizia una serie di aspre polemiche con il Ministero della guerra,
che risultano dannose prima di tutto a lui stesso e lo costringono ad abbando-
nare l'Esercito C 63 ).
Ciò non toglie che all'inizio la sua opera è assai apprezzata dall' establish-
ment militare, anche perché validamente controbatte il celebre libro antimilitari-
sta del Ferrera C 64 ) e intende gettare un ponte tra istituzioni militari e società,
rifiutando quelli che si potrebbero definire opposti estremismi. Secondo il Ranzi,
non esiste e non può esistere alcun contrasto tra Esercito e società, tra spirito
militare e spirito nazionale; l'Esercito non è una "società artificiale" per la quale
non valgono i principi della società civile; si tratta solo di ben distinguere qua-
li sono i concetti e i diritti di base della società civile, che non possono essere
adottati nella società militare, in relazione alla sua specificità. Ne consegue la ne-
cessità di una nuovq scienza, la sociologia militare: "e nella stessa guisa che una
sociologia, come scienza positiva dei fenomeni sociali, non potè sorgere a di-
gnità di scienza se non quando quei fenomeni poterono compiersi ed essere
spiegati liberamente fuori dalle pastoie imposte in nome di vantati diritti ultra-
sociali [ciò avveniva all'epoca delle monarchie assolute di diritto divino- N.d.a.],
così può sorgere una sociologia militare soltanto oggi che la vita dell'esercito è
affrancata anch'essa da ogni costrizione, che non sia nella natura della sua esi-
stenza e dei fini sociali cui è destinata ... ".
Non può essere ignorato nemmeno il generale Felice de Chaurand de Saint
Eustache, il quale nei suoi libri Le Odierne tendenze nell'organizzazione degli eser-
citi (1888) e Le Istituzioni militari odierne e il loro avvenire (1895) C65) prende at-
to che, mentre i valori prevalenti nelle società democratiche e capitaliste del tempo
tendono a smorzare lo spirito militare, la prospettiva delle guerre non è affatto
scomparsa, anzi esistono in Europa preoccupanti germi di una futura lotta.
In questa situazione, la figura dell'ufficiale e il ruolo sociale dell'Esercito so-
no profondamente mutati. Mentre in passato era la nascita e non il grado a de-
terminare il rango sociale dell'ufficiale, ora è l'opposto: "l'ufficiale da ignorante
è diventato istruito, da mestierante si è fatto tecnico, alla routine si è sostituito
il criterio individuale; e l'ufficiale trae il proprio prestigio, non più dalla ricchezza
della divisa, ma dalla dignità con la quale la porta, della competenza nell'eser-
cizio delle sue attribuzioni e dallo zelo e dall'attività di servizio". Più in genera-
le, secondo il de Chaurand "l'Esercito non è più una casta, dove domina uno
spirito particolare: l'aumento dei suoi effettivi lo ha reso fedele immagine del
Paese. All'interno dell'Esercito si sentono le conseguenze delle tendenze dalla
società, e l'antica disciplina cieca e assoluta ormai ha fatto il suo tempo ... ".
A questo punto, mi chiedo e chiedo: perché datare al secondo dopoguerra
la nascita di questa problematica sociologica? perché i sociologici militari italiani
di oggi non cercano una base storica nazionale per le loro riflessioni? perché, co-
me il De Chaurand e il Ranzi, non distinguono bene tra specificità militare (in-
sopprimibile) e separatezza (da eliminare, anche perché è un concetto vago,
indeterminato e comunque riferibile se mai, alla società intera, ivi compresa la
sua appendice militare).

