Page 206 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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veloce in grado di attaccare i convogli francesi e di rompere il contatto per sot-
trarsi allo scontro con forze superiori; ne consegue anche la scarsa utilità delle
corazzate, da mantenere in porti ben muniti in attesa di occasioni favorevoli. In
tale strategia la battaglia navale decisiva, crocevia del pensiero navale fino al
1940, risulta nettamente ridimensionata: Bonamico giudica di maggior rendimento
la conquista con forze terrestri delle basi navali, prevedendo fin da allora un pre-
valente impiego delle forze navali in "proiezioni di potenza" dal mare verso la
terra e in acque costiere, in stretta cooperazione con le forze terrestri.
In vista di questa esigenza strategica preminente, egli sostiene fin da allo-
ra la necessità di un'impostazione interforze della difesa nazionale, che dovreb-
be essere diretta da un unico organismo. Intreccia perciò un proficuo e interessante
dialogo con i generali Marselli, Ricci e Perrucchetti - da lui conosciuti alla Scuola
di Guerra dell'Esercito di Torino, dove è stato prima allievo e poi insegnante -
sulla ripartizione di compiti tra Esercito e Marina; e va detto subito che i pre-
detti generali sono stati, a loro volta, convinti sostenitori della necessità di raffor-
zare la Marina, onde consentire all'Esercito di concentrare la massa delle forze
sul fronte delle Alpi, lasciando alle forze navali, con il concorso di poche mili-
zie territoriali, la difesa dell'Italia peninsulare e insulare ...
Ciò dimostra, tra l'altro, che il dibattito sulla difesa dello Stato, assai inten-
so e variegato nel periodo 1870-1914, risponde a parametri e dimensioni interforze
che finora non sono emersi - o non sono emersi in misura sufficiente - nelle
storie di Forza Armata e in recenti approcci frammentari di autori poco informati
come il Gooch e il Mazzetti, nei cui studi il problema della difesa marittima, del
ruolo della flotta ecc. è pressochè ignorato C 66 ).
Un altro profeta inascoltato deriva dall'imperfetto inserimento delle innu-
merevoli storie degli alpini nel pensiero militare e nella realtà strategica dal 1870
in poi. È ben noto che nell'ottobre 1872 sono state create dal Ministro della guer-
ra (generale Ricotti) le prime 15 compagnie alpine, che - questo va sottolinea-
to - non erano inquadrate in divisioni o corpi d'armata dell'Esercito di lll linea,
ma sono nate come reparti dei Distretti militari di frontiera e come nucleo per-
manente per rendere più rapida la mobilitazione di milizie locali aventi il com-
pito di logorare e ritardare (anche con il presidio delle fortificazioni) la progressione
di un eventuale esercito invasore lungo le principali valli alpine; in tal modo
l'Esercito di 1ll linea (del quale non facevano parte) avrebbe avuto il tempo di
concentrarsi ai piedi delle Alpi per contrattaccare le colonne nemiche nel mo-
mento della loro massima crisi, cioè allo sbocco nell'alta pianura padana e pri-
ma di riunirsi. Non era infatti prevista la difesa dei confini "a cordone" e all'interno
della fascia alpina, per la semplice ma valida ragione che avrebbe richiesto una
massa di forze - con congrua riserva - delle quali non sarebbe stato possibile
disporre nemmeno con la mobilitazione.
Secondo la commus opinio di oggi (accreditata dalle storie alpine) il padre
e creatore degli alpini sarebbe stato l'allora capitano (poi generale e autorevole
scrittore militare) Giuseppe Perrucchetti, autore di un celebre articolo sulla

