Page 205 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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PROFETI  INASCOLTATI  E  "MAITHES  À PENSER":                          195

              Il comandante  Domenico  Bonamico  non  è  stato,  come  il Marselli,  anche
          uomo di  potere,  né ha  raggiunto i livelli  più elevati della gerarchia. Le  sue idee
          sono state in frequente contrasto con la politica navale e  militare seguìta da Lissa
          alla  prima guerra  mondiale.  Forse  per questo,  come Giulio  Rocco,  Bonamico è
          stato  vittima  della  prevalente  ortodossia  mahaniana,  o  meglio  di  quegli  aspetti
          delle  teorie  dell'ammiraglio  americano  che  privilegiano  l'impiego  offensivo  di
          una flotta  di grandi navi  per la  conquista con battaglie decisive del dominio as-
          soluto  del  mare;  superfluo  constatare  che  i  principi strategici  che  ne  derivano
          giustificano  teoricamente  il  massimo sviluppo delle  forze  navali  anche a  deteri-
          mento delle forze  terrestri  e  perciò  hanno avuto vita  molto lunga.
              Pur rimanendo il  maggior critico e  studioso italiano di Mahan, Bonamico se
          ne  discosta  notevolmente  con un'impostazione  teorica  che  ne  ha fatto  un  pro-
          feta inascoltato sia ai suoi tempi che dopo, nonostante la ristampa delle sue prin-
          cipali opere negli  anni  '30.  Come Mahan si  muove sostanzialmente nel solco di
         Jomini, ma cita abbastanza di frequente Clausewitz e  dà la dovuta importanza ai
          fattori  morali  e  spirituali.  Studia  Mahan  in  chiave  europea e  mediterranea,  rim-
          proverandogli, appunto, di aver trascurato la dimensione mediterranea delle guer-
          re navali del passato e  le relative fonti.  Corregge l'ottica tipicamente americana e
          anglosassone  dell'Influenza del potere marittimo sulla storia (1890)  prendendo la
          in  esame  contestualmente  all'opera  del  generale  inglese  C.E.  Callwell  Gli Effetti
          del dominio del mare sulle operazioni militari di Waterloo in poi (1897).  Esamina
          criticamente le sei "caratteristiche" del potere marittimo indicate da Mahan nel ce-
          lebre capitolo I dell'Influenza del potere marittimo sulla storia,  integrandole con
          elementi  clausewitziani  come  il  genio,  la  fortuna  e  l'invenzione  ("funzioni  tra-
          scendentali").  A tali  elementi  aggiunge  le  "funzioni  commensurabili"  (climatolo-
          gia,  posizione  geografica,  geografia  fisica,  posizione  della  capitale,  densità  della
          popolazione, industria marittima,  ricchezza) e le "funzioni incommensurabili" (et-
          nologia  delle  popolazioni,  organismo  dello  Stato,  civiltà).  Ne  deriva  un  quadro
          assai  più  esauriente e  organico  di  quello tracciato  da  Mahan,  anche se quest'ul-
          timo è  l'unico a  essere oggi ricordato dagli scrittori navali  o  meglio navalisti.
              Eppure, negli scritti intorno al  1880 Bonamico anticipa largamente Mahan nel
          sostenere la  necessità che il  pensiero navale,  rivolgendosi alla  storia,  esca dall'an-
          gusto  tecnicismo  marittimo  per entrare  a  far  parte  delle  grandi  correnti  del  pen-
          siero politico e strategico, inserendo così la Marina nella vita della Nazione e facendo
          meglio  apprezzare - anche all'Esercito - il  suo ruolo.  In tali scritti enuncia anche
          il  nocciolo duro della sua concezione strategica,  che lo avvicina al Ministro Acton
          e  lo contrappone alla  politica  delle  grandi navi  del Saint  Bon e  del  Brio.  Poiché
          con l'adesione alla Triplice Alleanza l'Italia doveva fronteggiare l'Esercito e la Marina
          francesi  che  erano  ambedue  assai  superiori  alle  nostre  corrispondenti  Forze
          Armate, secondo Bonamico la Marina italiana doveva realisticamente rinunciare al-
          la  conquista del dominio del mare e  limitare  i suoi obiettivi alla  difesa della peni-
          sola  e  delle  isole  da  possibili  sbarchi  in  forze  francesi.  Di  qui  una  strategia
          difensiva  ma dinamica,  fondata essenzialmente sull'impiego di  naviglio leggero e
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