Page 218 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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208 FERRUCCIO BOTri
Conclusione: storia delle idee, storia militare e storia generale
Molti altri nomi potrebbero essere fatti, perché nelle Forze Armate italiane
non sono mai mancate le idee e le buone idee. Quel che occorre chiedersi, è
perché tali idee precorritrici assai raramente sono state ben interpretate e accol-
te. Si può solo constatare che ciò non è avvenuto solo in Italia: ad esempio, le
idee- tuttora interessanti- esposte dall'allora ufficiale superiore Charles De Gaulle
nei suoi libri Le fil de l'epeé (Il filo della spada- 1932) e Ver.s l'armeé de métier
(Ver.so un esercito di professione - 1934) non sono state accolte dall' establish-
ment politico-sociale dell'epoca e hanno nuociuto alla sua carriera, costringen-
dolo a ricorrere a protezioni politiche (Paul Reynaud) per ottenere la promozione
a colonnello <9 6 ).
Da questo fatto si può trarre un primo ammaestramento: quando il conte-
sto politico-sociale è dominato da istanze, ideologie o scelte che ostacolano una
buona percezione del ruolo e delle esigenze dell'Istituzione militare in un dato
momento, ne risultano favorite le correnti conservatrici e l'immobilismo all'in-
temo. La struttura si chiude in sé stessa e decade; al tempo stesso aumentano -
anche se perseguitati - i profeti inascoltati, perché il seme che gettano trova un
terreno più che mai arido anche quando meriterebbe di crescere, creando un
vuoto che viene in qualche modo riempito con l'imposizione di breviari o di cat-
tivi o discutibili "maitres à penser" magari stranieri, anche quando ciò non sa-
rebbe necessario.
Troppo spesso si parla di "evoluzione", magari a fini strumentali e per evi-
tare di fare imbarazzanti o ardui conti con l'esperienza storica. l pochi autori ci-
tati dimostrano, invece, che nel campo dell'arte militare e della strategia più che
di rivoluzioni si dovrebbe parlare di mutazioni. Ar!che il termine "voluzione",
troppo spesso usato, mostra la corda. Non è sostenibile la tesi- jominiana più
che clausewitziana - che quella militare ha i caratteri di una scienza compiuta,
come tale basata su leggi e principi generali immutabili, ricavati dall'esperienza
e dalla ricerca sperimentale. Ma se si ammette - con Clausewitz - che essa è più
arte che scienza, automaticamente si esclude che sia soggetta a evoluzioni (cioè
al passaggio da uno stadio a un altro più avanzato, secondo una linea di "pro-
gresso"): l'arte non si evolve ma può solo mutare, magari conservando in sé
qualcosa di antico (97).
Per la storia delle teorie e dottrine militari, valgono perciò gli antichi mot-
ti latini "nihil sub sole novi" e "nullum est jam dictum, quod non dictum sit
prius". Questo è vero, tanto nel campo della guerra di corazzati che per la guer-
ra fredda. Come già si è accennato, quest'ultima è un fenomeno dovuto - al-
meno per l'Occidente - non solo all'avvento dell'arma atomica, ma anche alla
necessità - già sorta nel 1939 specie in Francia - di evitare una guerra conven-
zionale, che avrebbe ugualmente trasformato l'Europa Occidentale, densamente
popolata, in un cumulo di rovine e che comunque nessun popolo europeo in-
tendeva e intende più combattere. Gli stessi "maitres à penser" (Mahan, Corbett,

