Page 67 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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EPISTEMOLOGIA DELLA  STORIA MILITARE                                    57


        piede)  quanto  all'interno  della  nuova  Bundeswehr (una  forza  armata  che  pre-
        sentava l'In nere Fuehrung come una  rottura  della  tradizione militare  nazionale,
        quando  era  invece  il  culmine  dell'Auftragstaktik,  e  che,  ancora  negli  anni
        Settanta,  pensava  di  fregare  i  German  haters aggiornando  il  canzoniere  con
        john Brown' s Body e  When the Saints).
            Nel  dibattito  risultò  minoritaria  la  tesi  dell'utilità  "pratica"  per trame  un
        "metodo applicato" (applikatorische Methode)  alla soluzione dei problemi opera-
        tivi.  Questione  ampiamente  discussa  in  rapporto  alla  questione  della  teoria  della
        guerra nel N  capitolo del secondo libro del  Vom Kriege dedicato al "methodismm',
        ossia alla dottrina e  regolamentazione delle operazioni militari.  È però significati-
        vo  che nessuno degli  autori  intervenuti nel dibattito,  neppur quelli  che difende-
        vano l'utilità pratica del metodo storico, si  sia richiamato a queste pagine, forse le
        più  analitiche  e  acute  mai  scritte  in  materia.  Maggiori  consensi  vennero  invece
        alla  tesi  minimalista,  che  riconosceva  alla  storia  militare  una  "utilità  interiore"
        (Innere Nutzen)  per la formazione culturale e intellettuale dell'uomo di guerra (non
        solo il soldato, ma anche il diplomatico, lo statista, lo speculatore, il pacifista ... ).
            Ma,  se non conserva  più  alcuna utilità  ai  finì  della decisione tecnico-politi-
        ca,  perché mai  la  storia militare  dovrebbe essere  necessaria,  o  almeno  utile  per
        la  formazione  intellettuale o  almeno culturale dell'uomo di guerra? Molti  famosi
        signori della guerra,  da Bonaparte a Patton, hanno testimoniato e  raccomandato
        di  leggere i classici dell'arte militare e  le memorie dei grandi capitani. Lawrence
        d'Arabia  diceva  che  con  duemila  anni  di  esperienza  alle  spalle  non  abbiamo
        alcuna giustificazione se non sappiamo fare  la  guerra.  Ma  tutti  costoro riteneva-
        no che la storia militare avesse scopi pratici, non soltanto "interiori".
            Certamente,  nella  tassonomia  didattica  dell'arte  militare,  la  storia  resta
        parte,  assieme  alla  geografia  e  all'ingegneria  militari,  del  "trivio"  degli  studi
        ancillari e propedeutici (ma sotto un altro punto di vista, superiori) che avrebbe-
        ro  dovuto  vivificare  il  "quadrivio"  (strategia,  tattica,  organica  e  logistica).
        Tuttavia ha senso soltanto se è  strettamente riservata alla formazione di una spe-
        cifica  competenza militare,  quella  cioè  dell'ufficiale  superiore di stato maggiore
        (che  a  mio  avviso  dovrebbe  essere  ripristinato  proprio  come  corpo  autonomo,
        per assicurare la vera direzione "tecnico-militare" di una pseudo-professione che
        di fatto si risolve in una mera sommatoria di mille mestieri differenti).
            Al  contrario  la  storia  militare  è  stata  declassata  al  livello  elementare  degli
        allievi ufficiali di linea - per giunta imparata a pappagallo, tra l'ora di scherma e
        quella  di  ballo,  su  "sinossi"  scritte  da  pedanti e  insegnate  da ignoranti.  Fatta  in
        questo modo e  con quel destinatario,  la  didattica della  "storia militare"  ha finito
        per trasformarsi  nella più efficace  immuno-profilassi contro ogni eventuale inte-
        resse storico e ogni capacità storico-critica dei futuri ufficiali.
            Può  dispiacere  che  nel  dopoguerra  sia  scomparsa,  in  modo  più  o  meno
        permanente,  dai  corsi  superiori  di  alcune  scuole  di  guerra  europee.  Ma,  consi-
        derate le "sinossi, i criteri di selezione dei docenti e  i titoli dei gruppi di lavoro e
        delle tesi assegnate che si  ricava da A/ere Flammam,  il  notiziario della Scuola di
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