Page 100 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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          La  Marmora  era  comunque  un  solido  strumento  di  guerra,  certamente  il  mi-
          gliore degli eserciti degli Stati italiani, forte d'una gloriosa tradizione, d'una so-
          lida disciplina, e animato da uno schietto sentimento patriottico  ( ... )"  (45).
               Ma allora  se  l'esercito piemontese era solido, perché avrebbe  dovuto es-
          sere  riformato come Garibaldi aveva  voluto  nel  1861?  Ed  ecco  che Pieri  finì
          per  presentare  l'ordinamento  militare  sabaudo  con  una  certa  acquiescenza
          verso  le  tesi  dei  moderati.  L'Italia  non si  addiceva  alle  riforme  organiche  dei
          democratici.  C'erano ragioni  internazionali  per questo:  "parve del  resto  che
          nel 1848-49 l"'esercito di caserma" avesse dovunque trionfato. In Italia l'eser-
          cito  di  caserma  austriaco  trionfò  per  due  volte  dell'esercito  piemontese  pur
          tanto valoroso;  quello  del  re  di  Napoli ebbe  ragione  delle forze  raccogliticce
          del  governo  rivoluzionario  siciliano;  un  corpo  di  spedizione  dell'esercito  di
          caserma  francese  batté,  sia  pur  in  lotta  accanita,  le  forze  popolari  della  re-
          pubblica romana; e fuori d'Italia l'esercito austriaco trionfava degli insorti boe-
          mi e coll'aiuto dell'esercito di caserma russo delle forze regolari e insurrezionali
          ungheresi. In Germania poi la  Landwehr prussiana parve far cattiva prova nel-
          la  lotta  contro  i  danesi  e  nella  repressione  dei  moti  insurrezionali  tedesche,
          fra  cui quello  del  Baden"  (46).
               E c'erano ragioni anche specificamente italiane: "l'esercito numero, si pen-
          sava dai  più in Europa,  poteva ancora andare in un paese di consolidate tradi-
          zioni militari e di popolazioni disciplinate come appunto la Prussia e il Piemonte;
          non in un paese  [l'Italia unita]  che aveva sopra di sé  l'onere di tre secoli di  ser-
          vitù  straniera e  d'avvilimento spirituale,  ove  accanto  al  servilismo e  all'adatta-
          mento si  aveva l'abito all'indisciplina e alla  prepotenza"  (47).
               Ma  allora  le  riforme  proposte  da  Garibaldi  nel  1861?  Pieri,  in  più  di
           un'occasione,  finisce  per definirle  un  sogno.  Nel  1861  di  fatto  Garibaldi era
          "torna[to] alla sua idea, o se vogliamo al suo sogno, di un anno prima, di crea-
           re  un  esercito  complementare  di  200.000  uomini  almeno  per  la  prossima
          guerra"  (48).
               E di  sogni  non aveva  bisogno  l'Italia unita e il  suo esercito:  "d'altra par-
          te l'esercito piemontese aveva  mostrato la  sua  tradizionale solidità nella guer-
           ra del 1859, gareggiando nobilmente con le truppe francesi, ritenute pur sempre



               (45)  Ivi, p. 36.
               (46)  Ivi, p.  13.
               (47)  Piero Pieri, Storia  militare del Risorgimento.  Guerre  e insurrezioni cit., p.  632.
               (48)  Piero  Pieri, Le forze  armate nell'età della  Destra cit.,  p.  60.
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