Page 99 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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LE  FORZE  ARMATE  E  LA  POLITICA                                     83


         possibilità di  diverse tipologie di  rapporti civili-militari era un  segnale di  un'acri-
         tica  accettazione di  varie istituzioni  uscite dal  processo nazionale.  In  più  punti  il
         critico excombattente della  Grande guerra  rivelò  una  sorprendente accondiscen-
         denza verso l'oggetto dei  suoi  studi  risorgimentalisti.  Lo stesso  monarca Vittorio
         Emanuele  II  era presentato come "spirito aperto e  generoso" (40).  Elogiativo era
         anche  il  giudizio  verso  la  monarchia  sabauda,  che  dal" 1850 in  poi,  nonché es-
         sere  trascinata  come  in  Prussia  fra  il  1807 e  il  1813, si  era  messa  decisamente
         alla  testa  del  movimento  liberale  accogliendo  gli  esuli  da  ogni  parte  d'Italia  e
         accettando  la  trasformazione  dello  Stato  piemontese  in  senso  moderno,  com-
         piuta prima dal  d'Azeglio e  poi  più  decisamente dal  Cavour" (41).
             Persino  verso  quelle  forze  armate  sabaude  del  1861  i cui  miti  pure  i suoi
         studi avevano  tanto  contribuito a sfrondare,  Pieri  finiva  per essere indulgente.
             "Ma  l'esercito  piemontese  aveva  una  lunga  e  gloriosa  tradizione,  e  nella
         guerra  del  1859  aveva  mostrato  la  sua  solidità,  gareggiando  nobilmente  con  le
         truppe francesi,  ritenute pur sempre le  prime d'Europa, per non dire del  mondo:
         ed era stato ricostituito  per l'appunto sul  modello dell'esercito della vicina Fran-
         cia,  dell'esercito di  qualità  ancora una  volta  vittorioso" (42).
             Per  gli  stessi  generali  piemontesi,  di  cui  in  altre  pagine  aveva  bollato  la
         discordia e  l'impreparazione, c'erano elementi di apprezzamento:  "Certo que-
         sti  militari, e  specialmente i più  elevati  in  grado,  non  erano tali da potersi pa-
         ragonare  a  uno  Stein,  a  uno  Scharnhorst,  a  un  Clausewitz,  i  ricostruttori
         dell'esercito  tedesco  fra  il  1807 e  il  1813,  non  erano  degli  spiriti  innovatori
         e  creatori  nel  senso  alto  della  parola  ( ... )  Ima]  erano  tuttavia  galantuomini  e
         valentuomini,  portati  ad  accogliere  quanto  di  meglio  la  prassi  ufficiale  del
         tempo potesse offrire"  (43).
             Rimaneva  la  critica  verso i,  o  meglio alcuni,  comandanti.  Ma parole di  ap-
         prezzamento venivano spese persino per il  1866: "con tutto questo l'esercito ita-
         liano del  1866 era pur sempre un buono strumento di guerra e avrebbe meritato
         d'essere  meglio  condotto  ( ... )  Pure  l'esercito  era  sostanzialmente  solido  e  poté
         su perare la  crisi" (44).
             Come  già,  prima,  per  le  riforme  lamarmoriane:  "L'esercito  piemontese
         quale  risultava  dalle  riforme  attuate fra  il  1850 e  il  1857 dal  generale Alfonso



              (40)  Piero  l'ieri,  Le  forze armate lIell'età della  Destra cit.,  p.  57.
              (41)  lvi, cit.,  p.  53.
              (42)  Piero  l'ieri, Storia  militare del  Risorgilnellto.  Guerre e insurrezioni cit.,  p.  632
              (43)  Piero  Pieri, Le forze  annate nell'età della  Destra  cit.,  p.  22.
             (44)  lvi,  p.  71.
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