Page 132 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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             "Lo squadrismo non può, non deve morire. Sarebbe per noi un vero suicidio; per-
            ché,  se  la  forza  è  utile  per  marciare  alla  conquista  del  potere,  è  ancora  più  ne-
            cessario per conservarlo. La milizia fascista va invece trasformata. [ ... ] Militarizzato,
             lo squadrismo cesserà il  pericolo di  una concorrenza tra esso  e gli  altri  corpi ar-
             mati  della  nazione.  [ ... ]  Volontario,  inquadrato  nell'organismo  del  nuovo  stato,
            sarà la  più sicura garanzia per l'avvenire,,(19).
                Subito  dopo la  marcia,  il  fascismo  ebbe  quindi  il  problema di  disciplinare  le
            squadre d'azione che avevano fino ad allora combattuto gli oppositori politici con
             la violenza  fisica,  creando un clima di  tensione  nel  paese.  Mussolini  ottenne l'in-
             carico di  formare  il  governo proprio perché i liberali,  che avevano gestito fino ad
             allora il  potere, si illusero che questa potesse essere la soluzione transitoria che per-
             metteva la  pacificazione in tempi rapidi. Tuttavia, la violenza fascista  fu  più inten-
             sa  nel  periodo  immediatamente  successivo  alla  marcia  su  Roma  che  in  quello
             precedente.  Infatti i ras,  come  erano spregiativamente chiamati i capi locali  dello
             squadrismo, godevano  di  grande  autonomia sul  loro  territorio  e  non sempre  ac-
             cettavano  ordini  dai  vertici  del  partito.  Un  tentativo  di  coordinarli e  disciplinarli
             era stato  condotto  nell'estate  del  1922,  con  la  costituzione  della  Milizia  Fasci-
             sta (20),  ma era sostanzialmente fallito perché la loro indipendenza era ancora trop-
             po  ampia.  Alcuni  studiosi  individuarono  nello  squadrismo  dopo  la  marcia  un
             «carattere  di  autonomia  tendenzialmente  anarchica  che  continuava  a  contraddi-
             stinguerlo - specialmente in certe zone dell'Italia centrale e settentrionale» (21).
             I ras  erano insofferenti agli  ordini superiori;  alcuni  manifestarono apertamente la
             loro insoddisfazione  verso  il  nuovo governo, sfidandolo più  o  meno apertamente



                (19)  Volt,  L'esercito  fascista,  "Il  Popolo  d'Italia",  24  ottobre  1922.  Citato  da  G.  Ro-
             chat,  L'esercito  italiano  da  Vittorio  Veneto  a  Mussolini  (1919-1925),  Laterza,  Roma-Bari,
             1967, p.  426.  L'analisi  dci  principali giornali  fino  al  1925  è già stata compiuta da  Rochat,
             nel  volume  succitato,  e  da Alberto  Aquarone  ne  La Milizia  Volontaria  nello stato  fascista,
             cito  Pcr  la  nostra  ricerca  ci  siamo  limitati  ad  analizzare  quei  giornali  più  vicini  alla  milizia,
             cioè "Milizia Nazionalc",  "Militia", "Milizia  Italica"  c "Milizia Fascista".
                (20)  P.N.F., Comando Generalc della Milizia,  Istruzioni per l'organizzazione ed il fun-
             zionamento delle  Legioni,  Roma, s.d.  [1922],  p.  19  più  3  allegati.
                Secondo  Renzo  Dc  Felice la  costituzione  della  milizia  fascista  «fu  l'atto pubblico  più  im-
             portante di  tutta la  preparazione»  anche se  «i  risultati  non si  può dire che  fossero  proprio ec-
             cellenti».  R.  De  Felicc,  Mussolini  il  fascista.  I  La  conquista  del  potere  1921-1925,  Einaudi,
             Torino,  1995, p.  317 c 316. Prima edizione  1966.
                (21)  A.  Aquaronc,  L'organizzazione  dello  stato  totalitario,  cit.,  p.  17.  Per  Giovanni  De
             Luna  «la  istituzionalizzazione della  MVSN,  la  milizia,  fu  un  tipico  colpo diretto  all' "autono-
             mia" della base fascista».  G.  De Luna, Fascismo I.  Le origini,  in Il mondo contemporaneo. Sto-
             ria  d'Italia,  voI.  I,  a  cura di  Fabio  Levi,  Umbcrto  Levra,  Nicola Tranfaglia,  La  Nuova Italia,
             Firenze,  1978, p.  402.
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