Page 143 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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LA  QUARTA FORZA ARMATA  DI  MUSSOLlNI:  LA  MILIZIA  VOLONTARIA  DI  SICUREZZA NAZIONALE   123


        ho riferito l'accaduto al  colonnello Palazzi,  il  quale ha concluso:  'Le avete da-
        te  o le  avete  prese?'  'Le abbiamo date', ho risposto.  'Allora va  bene così"'(53).

            Oltre alle rivalità di cui  si  è detto, a separare esercito e milizia erano i diver-
        si valori ideali su cui poggiavano. La milizia propugnava un eroismo da guerra ci-
        vile,  mentre  l'ideale  guerriero  dell'esercito  è  sempre  stato  proiettato  contro un
        nemico straniero.  Inoltre la milizia era un corpo politico e politicizzato, che tro-
        vava in un partito la sua origine e la sua stessa ragion d'essere, mentre le forze ar-
        mate erano state abituate a disprezzare la politica e tenersi lontani dai giochi delle
        fazioni.  La  doppia natura della  milizia,  corpo militare e allo  stesso  tempo corpo
        politico, la rendeva difficilmente comprensibile agli  occhi dell'esercito.
            Anche  il  fatto .di  essere  un  corpo volontario  rendeva la  milizia  sospetta  agli
        occhi dell'esercito. Gli eserciti di caserma sono soliti diffidare della solidità e dell'ef-
        ficienza  dei corpi  formati da volontari,  perché spesso  meno istruiti e disciplinati
        di  quelli  di  carriera.  Infatti  le  camicie  nere curavano  il  loro addestramento spo-
        radicamente, in generale la domenica, quando i professionisti si riposano; inoltre,
        la  milizia  faceva  della sua disciplina  più  rilassata un vanto, perché la  riconnette-
        va  alla  tradizione  dell'arditismo,  di  cui  le  camicie  nere  si  sentivano  eredi e  che
        l'esercito non aveva  mai veramente amato:

        "Le truppe d'assalto furono imposte nella passata guerra (e potranno forse esserlo in
        una lunga guerra avvenire) quando la massa ebbe il suo vigore offensivo fortemente
        affievolito dalla perdita degli elementi più animosi.  Ma la loro formazione fu  causa
         di inconvenienti non lievi, per la depressione inevitabile del morale della fanteria, di-
         minuito dal sorgere di altra specializzazione avente il suo stesso compito specifico, e
         per la mentalità che ne è derivata (e  ne deriverà certamente), per effetto della quale
         la massa ritenne il suo compito limitato alla resistenza,  mentre i reparti d'assalto ri-
         tennero loro compito esclusivo quello brillante dell'assalto, e non mai quello oscuro
         e logorante del contatto col  nemico e della preparazione del combattimento"(54).

            Un  altro fattore  di  preoccupazione per l'esercito era il  pericolo che il nuo-
         vo corpo sottraesse peso politico e fondi  alle altre forze  armate.  Il  comandante
         generale della  milizia  sedeva  di  diritto  nel  Gran  Consiglio,  il  massimo  organo


            (53)  N.  Revelli,  Le due guerre,  cit.,  p.  71-73.  Poco  prima aveva  raccontato un  altro epi-
         sodio, a partire dalla testimonianza di  un alpino:  «"Alla vigilia del Fronte Occidentale i neri [le
         camicie nere] sono accampati al  Pian del Re,  in Valle Gesso. [ ... ] Una sera quelli del Ceva scen-
         dono a cercarli. Botte da orbi, alcune teste  rotte, non pochi "neri" finiscono all'ospedale". Ec-
         co,  invece  di  fare  la  guerra ai  francesi,  facevano  la  guerra  tra  di  loro».  Ivi,  p.  40.  (anche nel
         precedente ID., La strada del davai,  Einaudi, Torino,  1966).
            (54)  Promemoria Bonzani, cit., p.  4. Sugli arditi  l'opera di  riferimento è G.  Rochat, Gli arditi
         della  Grande Guerra.  Origini,  battaglie e miti, Goriziana, Gorizia,  1991, ristampato più volte.
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