Page 231 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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CHI HA STUDIATO  IL "CONSENSO" ALLA  GUERRA  D'ETIOPIA?              .213


        prova dell'adesione  delle  masse  del  popolo  italiano alla  politica  di  espansione
        voluta  da Mussolini  ( ... )  [Ma]  il  consenso  di  masse  molto vaste  e  di  numerosi
        intellettuali,  che  Mussolini  era  riuscito  a  guadagnare  con  l'impresa  etiopica e
        con  la  fortunata  resistenza  alle  sanzioni,  cominciò  ad  incrinarsi  per  effetto
        dell'intervento in Spagna, dell'Asse  Roma-Berlino e più ancora della campagna
        antiebraica" (25).

            In  un'opera collettanea che  si  sarebbe pensata programmaticamente lontana
        dalle  revisioni  defeliciane,  si  mescolano cosÌ  accenti  vecchi  e nuovi.  Da un lato,
        circa l'''organizzazione del consenso" - è il titolo di un paragrafo - si osserva che
        è con "la metà degli anni Trenta, in  relazione cioè al  periodo nel quale si verificò
        la  massima  adesione  del  paese,  della  società italiana al  regime" con "forme non
        trascurabili di consenso - anche se non paragonabili a successi raggiunti in questo
        campo dal nazionalsocialismo tedesco al  potere - anche nei ceti popolari rurali e
        urbani", riprendendo quasi alla lettera le tesi defeliciane quando si scrive che "nel
        periodo compreso fra i plebisciti del  1929 e del  1934 ( ... ) il consenso raggiunse il
        culmine per diffusione e  intensità, e ciò è tanto più  significativo  se  si  pensa che
        l'apparato [di propaganda e repressione] affinò le sue tecniche e dispiegò tutte le
        sue energie solo a partire dal 1935-1937". Da un altro lato, invece, non mancano
        proposte interpretative nuove, anche se per il  momento prive di basi documenta-
        rie. Infatti, si legge, disceso il  consenso dopo il  1934, "tutto ciò finì  per introdur-
        re nell'opinione pubblica del paese elementi di  incertezza e di preoccupazioni per
        il  futuro;  per mascherarne gli effetti il regime dovette ricorrere a nuove forme di
        controllo, di coinvolgimento, di  "attivizzazione", a manifestazioni di  massa sem-
         pre più minuziosamente disciplinate, a grandi mobilitazioni proiettate su effime~i
         [sic]  successi  esterni,  come  in  occasione  della  proclamazione  dell'impero  nel
         1936  ( ... ) In  ultima  analisi,  l'impegno  profuso  dal  regime  valse  a  moltiplicare  i
         segni di un processo di fascistizzazione formale, mentre in termini reali il consen-
        so, pure stimolato al massimo, non poté certamente recuperare i livelli qualitativi
         degli anni precedenti ed entrò in declino insieme con il regime" (26).
            Persino nell'introduzione ad un volume coordinato a metà degli anni Ottan-
        ta  dall'Istituto  nazionale  per  la  storia  del  1p.ovimento  di  liberazione  in  Italia  si
        preferisce insistere sulla "ambiguità del successo delle  adunate e degli  applausi"
         nonché  sulla  "fragilità  di  una  propaganda  della  quale  Mussolini  fu,  sì,  a  suo
         modo un genio ( ... ) ma un genio di  teatro, e di  un teatro da guitti di  provincia,




            (25)  Giorgio  Candeloro, Storia  dell'Italia  moderna,  val.  IX,  Il  fascismo  e le  sue guerre,
        Milano, Feltrinelli, 1981, p. 389 e 461.
            (26)  Alberto  Preti,  La  politica  interna  e  l'organizzazione  del  consenso,  in  La  dittatura
         fascista, Milano, Teti, 1983, p. 55 e 56.
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