Page 424 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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all'Esercito ed all'Armata rispettivamente dal Capo di S.M. dell'Esercito o da
quello della Marina, i quali tradurranno in atto nelle parti riflettenti le operazio-
ni terrestri o marittime, dando conoscenza ai rispettivi Ministri della Guerra e
della Marina delle disposizioni che possono interessarli. Di tutti i provvedimenti
del Governo, che possono aver influenza sull'andamento delle operazioni milita-
ri, sarà data notizia dal Ministero competente ai capi di Stato Maggiore dell'Eser-
cito e della Marina". Il sovrano assunse quindi la posizione costituzionale di
comandante Supremo delle Forze·Armate e, se non si valse della facoltà di dele-
gazione del comando, ciò si deve al fatto che trattandosi di una guerra la quale
aveva lo scopo di completare l'unificazione dell'Italia, iniziata da Casa Savoia, vo-
leva egli essere, di fronte al Paese, l'artefice del compimento delle rivendicazioni
nazionali. Nella pratica, i poteri militari furono assunti dai due capi di Stato Mag-
giore dell'Esercito e della Marina. Dall'inizio del conflitto fino all'autunno 1917,
infatti, i capi di Governo trovarono comodo addossare ai capi di Stato Maggiore
la responsabilità della condotta della Guerra. Se le cose fossero andate bene,
avrebbero potuto sempre vantarsi di aver contribuito alla vittoria; se fossero an-
date male avrebbero potuto rigettare la responsabilità sui generali. Il ministro de-
gli Esteri Sonnino, che rappresentava la più alta personalità del Governo e la
figura guida della destra liberale, era del pensiero che, nelle operazioni militari,
bisognasse lasciare mano libera al capo di Stato Maggiore, trattandosi di un cam-
po nel quale il Governo non doveva intervenire. A tale proposito Lloyd George
scriveva: "Sonnino era un ministro ideale per i generali, perché non interveniva
mai nella condotta della guerra e lasciava indipendenza assoluta ai Capi militari".
Naturalmente di questo stato di cose si valeva il generale Cadorna, carattere for-
te ed energico, che non temeva le responsabilità. Non mancarono attriti ogni
qual volta il Governo tentava di intervenire, ma senza convinzione e forse anche
senza preparazione, nella condotta della guerra, sÌ che il Generale poteva dire:
"Fino al momento in cui godo della fiducia del Re e del Governo, la responsabi-
lità è mia e la prendo interamente su di me. Se questa fiducia non esiste più, al-
lora prego di essere sostituito con urgenza". Tali parole fanno senza dubbio onore
al capo di Stato Maggiore dell'Esercito; ma egli non teneva presente che con l'as-
sumersi ogni responsabilità non poteva escludere però che il Governo avesse il
dovere di ingerirsi nella condotta della guerra.
Fin dall'inizio del 1915 mancò completamente la cooperazione tra il capo del
Governo ed il capo di Stato Maggiore dell'Esercito, che fu tenuto all'oscuro dei
termini dell'accordo con Francia ed Inghilterra (Patto di Londra). Cadorna, del
resto, ripagò Sonnino e Salandra stendendo il piano di guerra contro l'Austria-
Ungheria senza consultare il Governo e dandone visione soltanto al re. Il mini-
stro della Guerra, generale Vittorio Zuppelli, accettò di buon grado il ruolo di
collaboratore di Cadorna (nominalmente suo subordinato) e, come il sovrano,
evitò accuratamente di interferire nella condotta delle operazioni militari, essendo

