Page 225 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Repubblica e Forze Arlllate
diramata nell'ottobre 1942 dallo SMRE sulla base delle esperienze della guerra
partigiana in Jugoslavia.zx
Un impiego molto oneroso, più di quanto non dica il numero contenuto delle
perdite (oltre a quelli delle forze di polizia, l'Esercito ebbe sette caduti in com-
battimento, tra cui un ufficiale), perché incideva su un organismo ancora trau-
matizzato dalla disfatta, assillato da difficoltà materiali e da profondo malessere
morale, e soprattutto, almeno i quadri, in stato di totale incertezza circa
l'identità che sarebbe stato destinato ad assumere nell'immediato futuro.
Doveva trattarsi peraltro di una situazione comune all'intera forza armata, e
non soltanto alle truppe operanti in Sicilia, se il generale Utili, comandante del
gruppo da combattimento "Legnano" schierato in Lombardia, in un contesto
quindi del tutto diverso, riteneva nel luglio 1945 di dover segnalare al ministero
della Guerra "il vivo malcontento" e "la viva ripugnanza" che i suoi soldaù
avrebbero provato di fronte all'ipotesi di un impiego in ordine pubblico.29
Un atteggiamento condiviso dal vertice della forza armata, se si tengono pre-
senù le affermazioni contenute negli studi sulla ricostruzione dell'Esercito, a
parùre dal "memoriale Chatrian" del marzo 1944,30 fino alla relazione compila-
ta dal generale Cadoma a conclusione della sua esperienza nella carica di Capo
di S.M.E., il 31 gennaio 1947.31 l~ comune a questi studi la convinzione che le
Forze Armate andassero ad ogni costo "preservate" dall'impiego per compiti di
sicurezza interna, da prevedere soltanto in situazioni di assoluta eccezionalità, e
che andasse quindi marcata con chiarezza la distinzione rispetto alle forze di
polizia. Un compromesso poteva essere accettato per i Carabinieri, purché fosse
chiaro che gli oneri per il funzionamento dell'Arma dovevano esser posti a cari-
co del bilancio dell'Interno.
La "Direttiva n. 1" emanata dalla lYilviiA 1'8 novembre 1945, in occasione del
passaggio dell'Esercito alle dipendenze del governo italiano - una sorta di sta-
tuto dell'esercito di transizione, vincolante fino all'entrata in vigore del trattato di
pace - prescriveva comunque il mantenimento delle tre divisioni di "sicurezza
interna", oltre a 10 reggimenti di fanteria autonomi, uno per ciascun COMILI-
TER della penisola, per una forza complessiva di 40mila uomini. Per i
Carabinieri veniva confermato il limite tassativo di 65mila unità, e l'impiego
esclusivo "per scopi di sicurezza pubblica civile".
Un orientamento, quello degli alleati, che induceva il capo di Stato Maggiore
generale, Trezzani, ad esprimersi in questi termini in uno studio datato 23
dicembre 1945: «Sembra che gli Alleati vogliano attribuire al futuro nostro
Esercito un compito prevalentemente di tutela dell'ordine pubblico. Se così
fosse, meglio sarebbe portare a 200mila uomini la forza dci Carabinieri, abolire
l'Esercito, dichiarare la neutralità perpetua e affidarci alla generosità e alla buona
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