Page 251 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             251



             “politico” di temi dibattuti in sede di Comitato direttivo che richiedevano un’as-
             sunzione di responsabilità da parte del governo. In base a queste considerazioni, il
             colonnello suggerì “un intervento del nostro sig. ministro presso il Ministero degli
             Affari Esteri, al fine di mettere bene in chiaro quale [fosse] il pensiero esatto della
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             Difesa su questo problema” .
                La sollecitazione era però destinata a cadere nel vuoto, tanto più che nella fase
             iniziale la diffusa convinzione degli ambienti politici e diplomatici che il negozia-
             to non sarebbe andato lontano li induceva a rimandare ogni scelta problematica.
             Come ammetteva il segretario Generale del ministero degli Esteri in una lettera
             inviata alla fine di luglio, l’Italia aveva dato per “scontato (a ciò indotti anche
             dall’atteggiamento fra lo scettico e l’impaziente degli americani) che lungo la via
             si sarebbe finito per salvare di tale progetto quel tanto che consentisse alla Francia
             di far trangugiare la pillola del riarmo tedesco, di far qualche progresso sul pia-
             no europeistico, e di mantenere anche in questo campo una certa collaborazione
             italo-francese. Calcolavamo in sostanza che altri levasse le castagne dal fuoco per
             noi, almeno per quella parte del “Piano Pleven” che ci appariva più di peso (im-
             mediato) che di vantaggio (presente o futuro)” .
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                In questo quadro, reso più instabile dall’indebolimento della partnership con
             Parigi, si innestò la svolta nell’atteggiamento degli Stati Uniti che, parallelamente
             impegnati con i tedeschi nelle conversazioni di Petersberg, accantonarono ogni
             resistenza nei confronti dei piani francesi per un esercito europeo. Un tale muta-
             mento, tanto più se accompagnato dalla inversione in senso europeista dell’azione
             di Bonn in sede di conferenza di Parigi, impose una seria riflessione che abban-
             donasse alcuni dei presupposti sui quali si era fondata la partecipazione italiana
             al piano Pleven. Come rilevava Quaroni, era ormai giunto il momento di avviare
             un’analisi “al più alto livello” poiché “finché si poteva contare sullo scetticismo
             e sulla opposizione americana, si poteva non prendere sul serio la questione, ma
             il giorno che ci fosse un’idea ed un progetto di esercito europeo, approvati dagli
             americani e da Eisenhower, non vedo bene sotto quale forma noi potremmo tirarci



             15  Ivi, lettera di Turrini per il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Parigi, 15 aprile 1951. In
                realtà Marras aveva già scritto il 23 marzo a Sforza per illustrargli la posizione dello SMD,
                ma né questa lettera né l’eventuale risposta del ministro sono state rintracciate.
             16  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 2, fasc. 6 “Conferenza di Parigi – luglio”,
                pos. 13-C, lettera di Zoppi per Luciolli, Roma, 26 luglio 1951. Sullo scetticismo iniziale
                del governo italiano circa le possibilità di successo del progetto francese concorda anche
                la Preda: “I delegati italiani […] partecipavano alle riunioni privi di qualsiasi istruzione
                ufficiale da parte del governo, segno evidente […] che nessuno a Roma e a Parigi aveva
                creduto  nella  serietà  della  proposta  francese  e  si  faceva  illusioni  sui  possibili  sviluppi
                della  conferenza”,  d.  PredA,  Storia  di  una  speranza…,  cit.,  p.  61.  Sull’atteggiamento
                della delegazione italiana nel corso della conferenza di Parigi cfr. A. vArsori, L’Italia fra
                Alleanza Atlantica…, cit., pp. 139-146.
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