Page 253 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
P. 253
III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda 253
fronto su un testo scritto. L’improvvisa accelerazione del negoziato fece inevita-
bilmente emergere le riserve con le quali l’Italia aveva sostenuto il progetto fran-
cese a partire dagli incontri di santa margherita. Come osservava Quaroni in una
lettera indirizzata a De Gasperi pochi giorni dopo la presentazione del Rapporto:
[…] il punto di vista [italiano] sulla questione non è stato […] mai ben
definito né coordinato […] fondamentalmente ritenevamo, mi sembra alme-
no, che i Tedeschi vi erano contrari, che gli Americani lo guardavano con
molta diffidenza, e che quindi il nostro compito era quello di destreggiarci
alla meglio tra le varie correnti per non metterci contro né i Francesi, né i
Tedeschi, né gli Americani, confidando che uno dei tre, o tutti e tre, avreb-
bero provveduto che non ne fosse uscito fuori niente.
Tali presupposti – continuava l’ambasciatore a Parigi - si erano però rivelati
privi di fondamento dal momento che si era verificata “una certa discrepanza fra
l’atteggiamento tedesco sulla questione del disarmo, come ce l’immaginavamo
noi, e come esso è stato in realtà”, mentre sul versante statunitense si era assisti-
to all’abbandono delle iniziali perplessità nei confronti del “Piano Pleven”. Su
questo sfondo si era poi inserita l’elaborazione, fortemente voluta dai francesi,
del Rapporto provvisorio che costringeva il governo italiano a decidere, “fin da
adesso”, se aderire o meno a un eventuale trattato e a stabilire “almeno le condi-
zioni minime per l’accettazione”. Pensare ancora di poter utilizzare i negoziati
con l’unico scopo di promuovere la revisione delle clausole militari del Trattato di
pace era – secondo il parere di Quaroni – “un po’ poco”. Il momento di una scelta
di fondo, che implicava anche il rischio di un allontanamento della Gran Bretagna
dal continente, andava dunque fatalmente affrontato con la consapevolezza che la
rinuncia alle diverse prerogative da parte di tutti gli interessati (ministeri e stato
maggiore della Difesa in primis) sarebbe stata difficile da ottenere. Con il consue-
to disincanto che ne caratterizzava spesso le analisi, Quaroni rilevava che mentre
“intellettualmente” gli italiani apparivano “i più europei di tutti”, quando si pas-
sava alla fase della realizzazione essi “non lo erano proprio per niente”. Personal-
mente, egli si dichiarava “nettamente favorevole” all’integrazione degli eserciti
nella convinzione che il mancato raggiungimento di un’intesa avrebbe ridotto il
disegno dell’unità europea a una “logomachia”; ciò nonostante, qualora i pericoli
derivanti da una sensibile perdita di sovranità fossero stati ritenuti eccessivi ci si
sarebbe potuti sottrarre all’impegno abbracciando la causa del federalismo. Pren-
dendo spunto dalle negative ripercussioni finanziarie prodotte dall’integrazione
militare, l’Italia avrebbe dovuto trasformare la CED in un “punto di partenza sulla

