Page 257 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             257



             torizzata, da montagna) nel quadro dell’organizzazione atlantica in modo tale da
             avere unicità di organici, di addestramento, di dottrina, erano passati sotto silenzio
                                                                               26
             senza che alcun membro della delegazione italiana se ne fosse fatto carico .
                Al di là dell’effettiva capacità dell’Italia di far valere il proprio parere su una
             questione così rilevante, l’episodio era il segnale di una perdurante difficoltà di
             comunicazione fra i diversi soggetti coinvolti nel negoziato, nonché la dimostra-
             zione di quanto poco gli ambienti politico-diplomatici fossero disposti a farsi con-
             dizionare dalle valutazioni dei militari o anche solo a prenderle in considerazione.
             In quella fase, tuttavia, i vertici delle Forze Armate nutrivano ancora la fiducia di
             poter influire sul corso delle trattative come attestano l’imponente sforzo di analisi
             messo in opera all’indomani del ricevimento del Rapporto provvisorio e i vari
             tentativi di sollecitare presso i ministri competenti un atteggiamento più prudente.
                Una cautela che agli occhi della maggior parte dei militari appariva ancor più
             giustificata dalla progressiva restrizione delle alternative le quali, come conclude-
             va il documento, escludevano ormai qualsiasi soluzione di compromesso:

                       “[…] o si accetta l’idea federale europea e si va fino in fondo […] se
                   non si accetta, il miglior controprogetto potrebbe essere quello di far rileva-
                   re le tante difficoltà pratiche […], conviene fare tutti gli sforzi per integrare
                   il più possibile la difesa dell’Europa occidentale nel quadro dell’organizza-
                   zione atlantica senza creare altra struttura intermedia […]” .
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                Secondo tale visione, gli sviluppi del negoziato non offrivano più quelle pos-
             sibilità di manovra che avrebbero potuto consentire all’Italia di ritagliarsi un pro-
             filo nel quale far coincidere la partecipazione alla nascente Comunità europea di
             difesa con il mantenimento di un esercito alle dipendenze degli organi nazionali.
             Da un lato, come faceva rilevare il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Erne-
             sto Cappa, nelle annotazioni a margine del documento, l’assegnazione a SHAPE
             della responsabilità della difesa del territorio nazionale avrebbe determinato “la
             conseguente completa abdicazione degli organi nazionali a cominciare dallo stes-
             so Capo dello Stato”; dall’altro lato, però, l’ipotesi di versare all’esercito europeo
             solo una quota delle forze armate, sul modello utilizzato in ambito NATO compor-
             tava il rischio di confinare il Paese in una posizione di seconda fila nel caso in cui
             Parigi e Bonn avessero optato per una integrazione totale. Inoltre, tali condizioni
             di inferiorità sarebbero risultate ancora più gravose qualora, considerata la svolta
             in corso a Washington, gli aiuti del Programma di Assistenza Militare (P.A.M)


             26  A tale proposito, nelle note autografe riportate a margine si osservava: “È per lo meno
                strano che non sia fatto alcun cenno ai nostri punti di vista sulle questioni militari, mentre
                sono stati invece riportati i nostri pensieri in materia di organizzazione direttiva,  civile e
                sulla parte finanziaria”.
             27  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, N, Ufficio ordinamento dello SME
                per Ufficio operazioni Sez. I , Roma, 13 agosto 1951.
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