Page 260 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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             ci, nel quadro nazionale e di forza integrata atlantica”. La fusione completa degli
             eserciti, oltre a ledere “la individualità politica dell’Italia e la sua autonomia”, si
             sarebbe ripercossa “nella sfera dei rapporti atlantici, nei cui riguardi sarebbero de-
             caduti inevitabilmente e il nostro prestigio e le nostre funzioni”. Circa poi i risvolti
             più specificamente militari, si avanzavano seri dubbi sulla capacità della nuova
             organizzazione di tutelare “gli interessi particolari [dell’Italia] che venissero lesi
             da parte di uno Stato non aderente al Patto”, con chiaro riferimento a eventuali atti
             ostili da parte della Jugoslavia. Grande rilievo era inoltre attribuito agli elementi
             di natura “psicologico-spirituale” necessari per assicurare la coesione delle Forze
             Armate nazionali ma difficilmente riproducibili sul piano continentale. Secondo il
             parere degli estensori del documento, l’unione degli eserciti avrebbe generato nul-
             la più di un “caleidoscopio” nel quale sarebbe stato difficile rimpiazzare il vuoto
             lasciato dalla perdita di una identità su base nazionale.
                Come correttamente osservava il Segretario Generale dell’Esercito, Generale
                              30
             Giuseppe Pizzorno , in un promemoria per il capo di SMD inviato il 1° settem-
             bre, la distanza tra le analisi dei militari e quelle dei politici e dei diplomatici era
             il risultato della separazione di “un ambiente che appariva più orientato verso
             finalità politiche e – sotto certi aspetti – teoriche, piuttosto che a finalità militari
             realisticamente intese”. Per evitare di alimentare false speranze occorreva prende-
             re atto del “lato debole di queste tipiche unioni politico-militari che durano finché
             esiste il pericolo esterno, e con le quali si è voluto, anche in passato, supplire alla
             mancanza di una maturità politica e di sentimento di coesione di popoli che si vo-
             gliano mantenere uniti malgrado il loro esagerato nazionalismo”. Ciò nonostante,
             il segretario Generale dell’Esercito era disposto a riconoscere alla conferenza il
             merito “di aver contribuito a chiarire […] quanto, in campo tecnico militare, ci si
             poteva attendere da una coalizione che si intendeva far nascere e prosperare paral-
             lelamente all’organizzazione atlantica”. Inoltre, a differenza di quanto affermato
             nello studio precedente, le valutazioni di Pizzorno, pur contraddistinte dal ramma-
             rico per l’abbandono da parte dell’italia della posizione di osservatrice secondo
             il modello britannico, insistevano sull’utilità di una “funzione […] mediatrice tra
             le opposte concezioni francese e tedesca” allo scopo di favorire “l’accostamento
             delle concezioni più o meno teoriche dell’Esercito europeo a quelle reali in atto
                         31
             per il NATO” .
                Quella di Pizzorno era dunque di una posizione più consapevole dei progressi
             compiuti dal negoziato e, soprattutto, più consona all’atteggiamento adottato dal
             governo. sgombrato il campo dall’ipotesi di non aderire al progetto e preso atto


             30  Il 30 settembre 1952 Pizzorno subentrò a Cappa nella carica di capo di Stato Maggiore
                dell’Esercito.
             31  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 1, B, promemoria del segretario
                generale dell’Esercito per il capo SMD, Roma, 1 settembre 1951.
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