Page 263 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             263



             adottare “provvedimenti preliminari”  prima di procedere alla fusione totale degli
             eserciti nazionali. L’urgenza di provvedere al riarmo tedesco, per il momento an-
             cora stimato “basilare”, non poteva comportare il rischio di menomare l’efficien-
             za delle Forze Armate nazionali. La soluzione preferibile risiedeva nell’ingresso
             della Repubblica Federale Tedesca nella NATO “con le cautele da stabilire”, piut-
             tosto che nell’eventuale immissione della CED nell’organizzazione atlantica che
             avrebbe rischiato di produrre “ripercussioni negative di carattere organizzativo e
             di direzione”. Più oltre erano ripetute le critiche relative alla perdita di autonomia
             sul piano della politica estera, ai pericoli in caso di aggressione jugoslava, all’au-
             tomatismo dell’intervento al verificarsi del casus belli, alle difficoltà connesse con
             la gestione di disordini interni, ma, soprattutto, una particolare enfasi era messa
             sull’inadeguatezza del sentimento europeo di rimpiazzare l’ideale patriottico. il
             giuramento dei quadri e delle truppe a una comunità che non esisteva ancora nella
             sua veste politica completa appariva “un quid non facilmente comprensibile ed
             apprezzabile dalle masse”, offerto a una autorità “artificiosa che in determinata,
             deprecabile situazione, potrebbe anche assumere atteggiamenti contrari agli in-
             teressi nazionali”. La quantità e l’importanza delle questioni rimaste in sospeso
             dimostrava “la tendenza a precorrere i tempi con l’intenzione di organizzare una
             forza di difesa europea che non trova la sua logica base in una situazione di fatto
             politica”. Il progetto andava pertanto “differito” anche perché la mancata adesione
             delle forze metropolitane britanniche lo avrebbe reso “una creazione monca”. In
             queste condizioni, il governo avrebbe dovuto proseguire nello studio degli aspetti
             tecnico-militari del problema “per dare tempo alla costituzione di migliori pre-
             messe politiche e giuridiche”, rafforzare la propria posizione nella NATO rispet-
             tando gli impegni assunti e favorire la costituzione di unità tedesche “in modo
             da evitare successive perdite di tempo”. Una volta poi che il tema dell’esercito
             europeo fosse giunto a maturazione, la sua messa in opera sarebbe dovuta proce-
             dere con gradualità fino ad arrivare alla partecipazione dell’Italia “con un certo
             numero di unità” in un contesto che avrebbe dovuto garantire “la completa parità
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             tra i diversi Paesi, evitando egemonie che già si profila[va]no” .
                Nel complesso nessuna delle sollecitazioni favorevoli a un approccio più fles-
             sibile nei confronti delle prospettive di creazione di un esercito europeo erano
             state accolte dalle massime autorità. Nessuno fra i capi di Stato Maggiore con-
             testò l’impostazione proposta dall’ufficio del segretario generale del Ministero
             della Difesa-Esercito: tutti i rilievi critici sollevati dal quel documento erano stati
             puntualmente riprodotti nella relazione finale che Marras consegnò a Pacciardi.
             sulla base però della politica di collaborazione con la Francia sancita dagli incon-
             tri di Santa Margherita e dell’impegno del governo in chiave europea, la presa di


             35  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, N, rapporto del capo di Stato
                Maggiore della Difesa al ministro della Difesa, s.d.
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