Page 266 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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             ambienti militari nel quadro delle trattative. Se si eccettua un breve passaggio
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             relativo alle forze di occupazione a Berlino e in Austria , il leader democristiano
             restò sostanzialmente estraneo al dibattito relativo alle questioni militari. Solo in
             un frangente il Presidente del Consiglio sollevò “il problema della proporzione
             che doveva esistere fra il quantitativo di […] truppe [francesi] e le aliquote versate
             all’esercito europeo”, chiedendo alla delegazione transalpina di quantificare il nu-
             mero dei contingenti necessari per i rimpiazzi in Indocina. Subito dopo, però, De
             Gasperi aggiunse che la richiesta aveva “una importanza soprattutto psicologica,
             perché di fatto, anche se per comprensibili ragioni, la Francia avrebbe ottenuto in
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             questo modo di mantenere un esercito nazionale, a differenza degli altri Paesi” .
                Limitandosi a evidenziare solo le potenziali ricadute psicologiche di un assetto
             che avrebbe preservato il carattere nazionale di una parte dell’esercito transalpino,
             De Gasperi mostrava di non ritenere fondamentali le obiezioni di carattere tecni-
             co avanzate dallo Stato Maggiore della Difesa e di propendere per quelle inter-
             pretazioni che rintracciavano nella ricerca del prestigio e della parità l’elemento
             essenziale delle resistenze degli ambienti militari. In effetti, mai come in quella
             fase apparve evidente la divaricazione fra gli obiettivi dei militari e dei politici.
             Dal canto suo, il capo di Stato Maggiore della Difesa ribadì in nuove istruzioni
             per Mancinelli l’“inderogabile direttiva [dell’] assoluta necessità [dell’] esistenza
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             [di un] comandante territoriale centrale nazionale dislocato in ciascun Paese” ,
             arrivando a prospettare a Pacciardi, nel caso in cui non fosse stato possibile man-
             tenere un’organizzazione territoriale autonoma, l’opportunità di “esigere in con-
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             tropartita che vengano europeizzate le forze destinate alla difesa d’oltremare” .
             Ovviamente una pretesa di questo genere avrebbe significato la rimessa in discus-
             sione dell’intero impianto negoziale riguardante l’art. 6 e, più in generale, delle
             intese già raggiunte sulle forze da inserire nell’esercito comune. D’altra parte,
             occorre considerare che se i vertici militari erano pronti ad assumersi il rischio di
             una crisi dei rapporti con la Francia, in quanto Paese interessato più di ogni altro
             al successo della conferenza di Parigi e all’esclusione delle truppe impegnate nei



             38  De Gasperi osservò che le forze di occupazione a Berlino e in Austria escluse dall’esercito
                europeo secondo l’art. 6 del progetto, avrebbero potuto far sorgere delle “difficoltà” dal
                momento che, in caso di attacco subito, l’intera Comunità sarebbe stata costretta ad entrare
                in guerra. Di fronte però alla replica di Schuman che ricordò come questa eccezione fosse
                stata  richiesta  dalla  delegazione  tedesca,  il  leader  democristiano    non  sollevò  ulteriori
                obiezioni.
             39  ASDMAE, DGAP 1950-57, Uff. IV, Vers. CED, b. 9, fasc. 11, “Esercito Europeo CED
                1952, P.A. 40”, verbale della riunione dei ministri degli Esteri, Parigi, 11 dicembre 1951.
             40  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, D, “Conferenza di Parigi-Sviluppo
                della Conferenza dal 1° gennaio 1952”, telegramma di Marras per Mancinelli, Roma, 16
                gennaio 1952.
             41 ivi, Marras per ministro della Difesa, Roma, 15 gennaio 1952.
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