Page 269 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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III SeSSIone - L’ItaLIa repubbLIcana e La guerra fredda             269



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             nelli non avevano una base di vedute concorde” . Il 23 dicembre 1951 toccò al
             Capo di stato maggiore della Difesa aprire il fronte dello scontro con una serie di
             considerazioni che contestavano alla radice l’opportunità di una adesione. Nella
             già ricordata lettera per il ministro della Difesa, Marras negò l’urgenza di “costi-
             tuire precipitosamente un Esercito europeo per iniziare il riarmo della Germania”,
             mettendo inoltre in dubbio che una tale soluzione avrebbe risolto “il problema di
             garantire il controllo dell’esercito tedesco, origine del Piano Pleven”. Nei giorni
             successivi le pressioni sul ministro della Difesa si intensificarono, malgrado le
             riunioni a livello ministeriale di dicembre avessero reso più verosimile uno sbocco
             positivo dei negoziati. Il 3 gennaio 1952, lo Stato Maggiore della Difesa fece per-
             venire a Pacciardi un articolato promemoria nel quale erano attentamente valutate,
             sia sul piano militare che politico, tutte le ricadute di un’eventuale adesione ita-
             liana alla CED. sebbene si ammettesse che la partecipazione all’esercito europeo
             avrebbe comportato l’ingresso “in seno ad una comunità il cui livello militare me-
             dio sarebbe probabilmente più elevato del nostro attuale”, non si riconoscevano
             però “vantaggi diretti”. Per quanto riguardava invece i benefici di natura politica,
             la firma del trattato avrebbe potuto significare “un primo passo avanti sulla via
             della unificazione europea, cardine della […] politica estera [italiana]”, mentre la
             mancata adesione implicava il rischio di far “nascere spiacevoli ripercussioni nei
             […] rapporti con il governo e l’opinione pubblica americana”.
                In confronto ai risvolti positivi, l’elenco degli svantaggi derivanti dalla parte-
             cipazione appariva nettamente superiore. Innanzitutto si faceva notare che “non
             era ancora diffusa la coscienza europea” dato che ancora si stava “faticosamente
             […] riportando il cittadino soldato alla coscienza nazionale”; secondariamente,
             venivano ripetuti il monito a non “compromettere, o quanto meno rallentare, l’at-
             tuale sforzo ricostruttivo delle FF.AA” e la consueta manifestazione di “disagio
             per la discriminazione rispetto a chi possiede forze d’oltremare”. In definitiva il
             bilancio militare era giudicato “nettamente negativo”: “per quanto ci si po[tesse]
             immedesimare di alte finalità politiche” – concludeva il documento -, “resta[va]
             il fatto che tecnicamente entreremmo in un gioco che ha tutte le prospettive della














             47  AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, A, “Conferenza di Parigi sulla
                CED dal 27 al 30 dicembre 1951”, promemoria dello SMD per il ministro della Difesa, 3
                gennaio 1952.
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