Page 270 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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pericolosità senza offrire delle alternative favorevoli” .
Quasi a voler fugare ogni dubbio relativo a eventuali posizioni dissonanti
nell’ambito delle Forze Armate, circa un paio di settimane dopo Marras riferì a
Pacciardi le valutazioni del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Anche in questo
caso Cappa, invece di concentrarsi sui risvolti tecnico-giuridici del testo in discus-
sione, tentò di riproporre un approccio critico che investiva questioni apparente-
mente già risolte dalle analisi precedenti. Mentre i riferimenti ai supposti vantaggi
che la Jugoslavia avrebbe ottenuto dal non conferire forze a un esercito europeo
e le inquietudini relative alla svalutazione dei settori strategici di preminente in-
teresse italiano (“le esigenze della nostra difesa nazionale, considerate nel quadro
dell’Esercito europeo, perderebbero ogni valore rispetto all’esigenza della difesa
del settore centrale”) avevano acquisito quasi il valore di una consuetudine, l’insi-
stenza sull’inopportunità di favorire il riarmo della Repubblica Federale Tedesca
costituiva una sicura novità. Mai prima di allora gli ambienti militari avevano
mostrato di osteggiare il principio della ricostruzione delle forze armate tedesche
in un quadro multilaterale e con l’avallo di Washington; ora, invece, l’operazione
era ritenuta addirittura nociva per gli interessi nazionali. secondo il Capo di stato
Maggiore dell’Esercito, la ricostituzione di un esercito tedesco avrebbe “inciso
sfavorevolmente sul riarmo in corso delle altre nazioni NATO e quindi anche
del nostro, già in sensibile ritardo rispetto ai programmi previsti”; tanto più che
l’Italia era “l’unico Paese europeo in grado di difendersi con le forze previste dal
piano a M.T.”. In sostanza – concludeva Cappa – il ripristino della capacità bellica
di Bonn “interessava assai più da vicino la Francia, la Germania e le nazioni del
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Benelux che non noi” .
Le critiche del generale dovevano però fare i conti con i progressi del negoziato
che rendevano automaticamente sterile un’opposizione che non fosse ridotta alla
separazione delle responsabilità reciproche. Da questa considerazione cominciò
ad emergere nei vertici militari una doppia linea di azione che, da un lato, preve-
deva la produzione del massimo sforzo per indurre il governo a ritirare il proprio
48 AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, A, “Conferenza di Parigi sulla CED
dal 27 al 30 dicembre 1951”, promemoria dello SMD per il ministro della Difesa, 3 gennaio
a
1952. Circa una settimana dopo l’ufficio del 2° reparto-3 sezione dello stato maggiore
della Difesa confermò la propria contrarietà alla CED: “[…] più la questione Esercito
Europeo viene studiata e più gravi appaiono gli svantaggi della nostra partecipazione;
Ufficio ritiene che, comunque, dovrà sempre essere chiaro – per le responsabilità morali e
materiali di oggi e di domani – che il concorde atteggiamento della parte militare è contrario
a questa pericolosa avventura” [AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 6, B,
a
“Rapporti tra NATO e CED”, promemoria del 2° reparto-3 sezione dello SMD per il capo
SMD, Roma, 11 gennaio 1952].
49 AUSSME, L 5, Comunità Europea Difesa (C.E.D.), b. 2, D, “Conferenza di Parigi-
Sviluppo della Conferenza dal 1° gennaio 1952”, Marras per ministro della Difesa, Roma,
15 gennaio 1952.

