Page 470 - Atti 2012 - L'Italia 1945-1955. La Ricostruzione del Paese e le Forze Armate
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             Ultima fase
                Il rimpatrio non fu mai per gli inglesi un atto di compassione, ma piuttosto una
             strategia economica e un’esigenza politica. infatti i rimpatri vennero curati con un
             processo di selezione tale, da far in modo che riscuotessero un certo successo dal
             punto di vista propagandistico, quindi si scelse ad esempio di dar precedenza agli
             alti gradi piuttosto che ai soldati. i rimpatri servivano anche a stemperare il clima
             effervescente che c’era in Italia, quei soldati erano infatti trattenuti in Inghilterra
             per il solo sfruttamento della loro manodopera.
                Il rientro era motivo di preoccupazione per il passaggio da prigionieri a reduci,
             con tutte le difficoltà del caso, che si era già proposto durante il primo dopoguer-
             ra. Già dal novembre del 1944 era attivo l’Ufficio Autonomo Reduci Prigionia di
             Guerra e Rimpatriati che si sarebbe occupato del reinserimento civile e lavorativo
             dei reduci. L’Ufficio, guidato da Mannerini, suggeriva di rimpatriare gli italiani
             prigionieri degli alleati per ultimi, poiché godevano di un buon trattamento ed una
             buona salute rispetto agli altri; era quindi lampante che l’Italia, questi prigionie-
             ri, non li desiderava veramente, o per lo meno non subito. Non c’erano i mezzi
             materiali per fornire loro alloggio, per sfamarli, vestirli, trasportarli. Le autorità
             italiane infatti continuavano a sperare che gli alleati si sarebbero fatti carico degli
             ex prigionieri, ma questi non ne avevano molta intenzione.
                La mancanza di naviglio fu una giustificazione spesa più volte sia dai britan-
             nici che dagli italiani, per il ritardo dei rimpatri, e per quanto potesse il più delle
             volte sembrasse una scusa, era una realtà effettiva. La priorità per il ritorno in
             Italia era data ai paesi più lontani, come ad esempio l’Australia, dunque per questa
             ed altre ragioni, i prigionieri detenuti in Inghilterra, come anche quelli in Nord
             Africa, furono gli ultimi a rientrare in patria.
                La guerra si concluse nel maggio del 1945. Carandini, rappresentante italiano
             a Londra, che gestiva dunque i rapporti di intermediazione come un diplomatico
             e aveva sotto la sua protezione i prigionieri italiani, fece capire che, prima di
             provvedere al rimpatrio, era bene sparisse ogni distinzione fra cooperatori e non.
             Anche perché queste erano state scelte prese in momenti di confusione, ed il più
             delle volte erano state scelte dettate dal timore di ritorsioni o false speranze che
             erano state maleficamente alimentate.
                Per fare in modo che questa differenziazione venisse cancellata, l’ambascia-
             tore Carandini propose di dare l’ordine a tutti gli italiani di cooperare. Gazzera
             manifestò le sue perplessità, come si poteva chiedere di cooperare visto che ora
             con la fine della guerra l’oggetto della cooperazione era venuto  meno? Inoltre
             l’equiparazione tra cooperatori e non avrebbe generato un forte malcontento tra
             i prigionieri stessi che avrebbero visto vanificare il loro impegno. Ma Carandini
             insistette, e allora Gazzera comunicò che il Consiglio dei Ministri aveva deciso
             di assecondare la sua proposta, ma sotto la veste di un invito e non di un ordine.
                In più, gli americani a guerra terminata iniziarono a rimpatriare i prigionieri
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