Page 265 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo I
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dezza militare si fondono, in questa prospettiva, nella necessità di dare ‘quella “prova
d’armi e di sangue” che nel Risorgimento non vi era stata, tale da impedire agli stranieri
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di ironizzare sulla nazione che non si batte’ .
L’onore di bandiera, in un’epoca di nazionalismi imperanti e non di rado violenti, raf-
forza ed alimenta il processo, proiettando oltre i confini nazionali le tensioni che esso ge-
nera e contribuendo ad attribuire loro una dimensione di competizione aggiuntiva. Ogni
impegno militare si trasforma così in una sorta di ‘banco di prova’ sia per la credibilità
del Paese, sia per la sua immagine internazionale. Da questo punto di vista, la ‘guerra
dei Boxer’ non rappresenta un’eccezione. Come osservato, la partecipazione italiana
alla campagna rispecchia, prima che la necessità di difendere la posizione e gli interessi
del Paese in Cina, quella di ribadirne l’appartenenza a un ‘club della Grandi Potenze’ dal
quale dipendono, in larga misura, i suoi margini d’azione in altri, più importanti teatri.
Significativamente, la Convenzione dei Boxer, se da un lato riuscirà a sbloccare (grazie
anche all’attivismo dell’allora Ministro a Beijing, Giuseppe Salvago Raggi) la questione
dell’attribuzione all’Italia di una concessione in territorio cinese, dall’altro porterà al
governo di Roma benefici territoriali e finanziari assai minori rispetto a quelli conseguiti
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dai senior partners dell’alleanza .
Per un Paese ancora impegnato nella difficile marcia verso la modernità, la guerra di-
venta, allo stesso tempo, occasione di confronto e di scontro con i propri limiti e – cosa
forse più importante – con la percezione che di tali limiti hanno alleati e rivali. Tuttavia
(come la guerra italo-turca, di lì a qualche anno, avrebbe confermato), anche l’‘avven-
tura cinese’ finisce per dimostrare soprattutto quanto difficile fosse, per l’Italia liberale
e la sua classe dirigente, sbarazzarsi di questo incomodo fardello. Le critiche spesso
severe mosse anche a livello nazionale ai modi e ai criteri che avevano presieduto all’in-
vio del contingente (prime fra tutte quelle di Luigi Barzini e del Corriere della Sera),
ai problemi logistici e all’equipaggiamento delle truppe rispecchiano, in forma diversa,
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lo stesso disagio . Il disagio di un Paese i cui mezzi e la cui credibilità ancora faticano
a sostenerne le ambizioni e che, proprio in virtù di questo scarto fra realtà e auspicio, si
trova costantemente impegnato nel tentativo di ‘alzare la posta’, così da raggiungere un
obiettivo che sembra sempre porsi oltre la sua portata.
27 beLArdeLLi, ‘Gli italiani..., cit., p. 67
28 Oltre alla concessione di Tianjin, sui cui 447.647 (secondo altre fonti 457.800) metri quadrati, incuneati fra i
possedimenti russi e quelli dell’Austria-Ungheria, il governo italiano avrebbe esercitato ‘piena giurisdizione,
nello stesso modo stabilito per le concessioni ottenute dalle altre potenze straniere’, il Protocollo avrebbe
attribuito all’Italia il presidio costiero di Shanhaiguan, il diritto di extraterritorialità per i possedimenti nel
quartiere delle Legazioni di Beijing e un’indennità di 26.617.005 tael haiguan (99.713.769 lire oro), i.e. il
5,91% del totale versato dal governo imperiale alla fine della guerra. L’accordo su Tianjin sarebbe stato for-
malizzato il 7 giugno 1902 dall’intendente (daotai) delle dogane marittime imperiali, Tang Shao-i, e dall’in-
viato straordinario e ministro plenipotenziario Giovanni Gallina.
29 Su Barzini e il contingente italiano in Cina cfr. smith, Imperial Designs..., cit., pp. 25 ss. Cfr. anche L. de
courten, Italiani in Estremo Oriente: i due Barzini, ‘Giornale di Storia Contemporanea’, IV (2001), n. 1, pp.
3-35. Sull’intervento in Cina come ‘incubo logistico’ cfr. c. PAoLetti, Un incubo logistico: imbarco, viaggio
e sbarco delle Regie Truppe italiane in Estremo Oriente, in società itALiAnA di storiA miLitAre, Quaderno
1998, Napoli, 2001.

