Page 168 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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           12.000 tedeschi, 10.000 francesi, 5.700 americani, 2.000 austriaci e 2.000 italiani) e
           dai veti incrociati (inglese contro l’Intesa, russo  contro l’Inghilterra, russo  e  tedesco
           contro il  Giappone). Abortita l’iniziativa russo-americana di deferire la scelta ad uno
           speciale Consiglio di guerra interalleato, fu il Kaiser a troncare la questione nominando
           comandante in capo congiunto il feldmaresciallo tedesco von Waldersee. Ad eccezione
           degli Stati Uniti, e tra le deboli proteste della Francia, gli alleati accettarono il fatto
           compiuto. Solo quando i contingenti raggiunsero la Cina il comando tedesco fu trasfor-
           mato formalmente in “Quartier Generale interalleato” integrandolo con 2 ufficiali russi,
           2 inglesi, 2 giapponesi, 2 italiani e 1 austriaco (Amedeo Tosti, La spedizione italiana in
           Cina 1900-1901, Ufficio storico del Corpo di S. M., Roma, 1926, pp. 55-56).

           Le operazioni combinate durante la prima guerra  mondiale
              Già prima del 1914 tanto l’Intesa quanto la Triplice avevano avviato una embrionale
           cooperazione  militare.  Ma  la  cooperazione  più  stretta  ed  efficace,  benchè  molto  la-
           boriosa,   fu invece quella anglo-francese, improvvisata durante la guerra sotto la spinta
           della necessità. Un fatto addirittura epocale, tenuto conto del secolare antagonismo fra
           le  due  nazioni,  rinfocolato dalle perduranti rivalità coloniali. Tuttavia soltanto adesso
           si sta cominciando a scrivere la “storia della coalizione sul fronte occidentale”, come
           osserva  giustamente William Philpott in  una esaustiva rassegna delle future linee di
           ricerca (“Britain and France go to War: Anglo-French Relations on the Western Front
           1914-1918”, War in History, 1995, 2, pp. 43-64).
              Naturalmente fu  l’intervento americano  a  determinare la vittoria alleata. Tuttavia
           non  vi fu alcuna integrazione operativa, perchè inizialmente il presidente Wilson non
           accettò di porre la forza di spedizione americana sotto comando interalleato. E quando
           i primi clamorosi fiaschi gli fecero mutare opinione, fu il comandante in capo, generale
           Pershing, a pretendere di conservare un autonomo teatro di guerra (David F. Trask, The
           AEF and Coalition Warmaking, 1917-1918, University of Kansas Press, 1993).
              Malgrado  una  laboriosa cooperazione con  gli  alleati (Luca  Riccardi, Alleati non
           amici, Morcelliana,   Brescia,   1992),   anche   l’Italia   condusse   la   guerra   in   modo
           sostanzialmente autonomo. Peraltro vi fu uno scambio di contingenti non meramente
           simbolico e non paritario (2 divisioni italiane in Francia e 1 in Macedonia contro 11
           alleate schierate in Italia dopo Caporetto) e alla vigilia dell’offensiva di Vittorio Veneto
           il comando delle due Armate italiane (10a e 12a) che includevano i contingenti alleati fu
           assunto rispettivamente da ufficiali britannici e francesi. Alle dipendenze italiane operò
           anche 1 divisione czeco-slovacca reclutate fra i prigionieri di guerra dell’esercito austro-
           ungarico.

           Il comando interalleato durante la seconda guerra  mondiale
              Durante la seconda guerra mondiale la cooperazione interalleata fu imposta dalla co-
           mune dipendenza dagli Stati Uniti, l’”arsenale delle democrazie”. Quella anglo-francese
           cominciò già nel 1938, ma solo nel 1939 fu istituito un Consiglio supremo di guerra e
           solo nel 1940 vennero effettuate manovre congiunte. La principale difficoltà era l’igno-
           ranza reciproca circa le forze armate e il potenziale bellico dell’alleato.
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