Page 312 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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952 XXXIX Congresso della CommIssIone InternazIonale dI storIa mIlItare • CIHm
saldi per l’assetto della regione adriatica nel periodo post-bellico, ciò avrebbe permes-
so di migliorare l’immagine dell’Italia, smentendo “gli addebiti di imperialismo, anti-
democraticismo, di contraddizione al principio di nazionalità prodigati negli ambienti
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democratici europei ed americano al cumulo delle nostre rivendicazioni adriatiche”.
Posizioni simili non erano nuove ed erano espresse anche dagli ambasciatori italiani in
Francia e negli Usa.
Sonnino riconosceva che la mancanza di un accordo con serbi e jugoslavi stava ren-
dendo difficile la posizione italiana, ma egli restò legato ad una impostazione politica
conservatrice, per cui la revisione degli accordi di Londra doveva rimanere una que-
stione riservata ai paesi che li avevano sottoscritti nel 1915. Nell’ottica di Sonnino,
infatti, qualora le circostanze avessero obbligato l’Italia a rivedere le clausole del 1915,
nell’ambito delle trattative con gli alleati per la revisione degli accordi, l’Italia avrebbe
potuto chiedere dei compensi per le rinunce effettuate, compensi che, evidentemente,
non potevano concedere né la Serbia né il Comitato jugoslavo.
È peraltro evidente che se questi erano i principi guida dell’azione diplomatica italia-
na, ben poco spazio restava alla possibilità di raggiungere un accordo diretto tra Italia e
jugoslavi. Sonnino ammetteva infatti che “un accordo coi Jugoslavi è desiderabile (…)
ma non sulla base di nostre rinunzie”. Il che equivaleva a pretendere dagli jugoslavi il
riconoscimento unilaterale delle aspirazioni italiane: “una intesa con gli Jugoslavi può
facilmente concretarsi qualora essi facciano previamente sapere di accettare i postulati
di guerra dell’Italia”. Per usare le parole dell’ambasciatore Sforza, che descrive Son-
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nino come un uomo “testardo” e “privo di immaginazione”, mentre il contesto politi-
co cambiava irrimediabilmente, il ministro degli esteri italiano rimase “rinchiuso nelle
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clausole del suo trattato di Londra come in una fortezza assediata”.
In Italia, l’opportunità di raggiungere un accordo con gli jugoslavi era auspicato, ol-
tre che da alcuni ambasciatori, dagli esponenti dell’interventismo democratico. Questi
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rimproveravano a Sonnino e al governo italiano di essere contro il principio di naziona-
lità, contro la distruzione dell’Austria-Ungheria.
Non si trattava solo di una critica dottrinaria, poiché una piena adesione al princi-
pio di nazionalità come criterio fondamentale dell’assetto territoriale postbellico, poteva
costituire anche un’arma per erodere l’Austria-Ungheria dal suo interno, stimolando
l’azione disgregratice che i popoli sudditi di Vienna potevano compiere sulla solidità
dell’impero e dell’esercito asburgico. In ciò, gli interventisti democratici non facevano
che riproporre tematiche d’ispirazione mazziniana.
Tuttavia fino al 1917 la posizione di Sonnino aveva una solida base nel contesto
politico e diplomatico europeo. È a partire dal 1917, nel mutato contesto internazionale,
39 Cit. in Angelo Tamborra, L’idea di nazionalità e la guerra 1914-1918, p. 94.
40 Cit. in ivi, p. 96. Sembra interessante notare che, almeno in alcune occasioni, Trumbic assunse una posizione
speculare a quella di Sonnino; per il presidente del Comitato jugoslavo, un accordo diretto con l’Italia poteva
richiedeva la preventiva rinuncia al trattato di Londra da parte italiana; ivi, p. 101.
41 Carlo Sforza, Pachitch et l’union des Yougoslaves , p.169
42 Vedere ad esempio: Arcangelo Ghisleri, Per l’intesa italo-jugoslava. Scritti della vigilia. Istituto librario
italiano, Lugano 1918. Per una ricostruzione sintetica ma precisa delle posizioni degli interventisti democratici
vedere: Angelo Tamborra, L’idea di nazionalità e la guerra 1914-1918.

