Page 317 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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ActA
Lo scoppio della prima guerra mondiale vide contrapposti gli imperi centrali (Impero
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Austro-Ungarico, Impero tedesco, Impero ottomano e Bulgaria) contro le potenze Alleate
rappresentate principalmente da Francia, Gran Bretagna, Russia, Giappone, Serbia e
Portogallo ai quali si aggiunse l’Italia solo nel 1915. La decisione turca di chiudere gli
Stretti al traffico commerciale il 29 settembre 1914 innescò la dura reazione della Gran
Bretagna e della Francia, che attaccarono la Turchia nella battaglia di Canakkale e poi a
Gallipoli lungo lo stretto dei Dardanelli rispettivamente il 18 marzo e il 25 aprile 1915
con lo scopo di colpire al cuore l’Impero ottomano. La sconfitta militare e le conseguenti
perdite umane costrinsero Francia e Gran Bretagna a ripensare una nuova strategia per
il Fronte orientale. Proprio nello stesso anno fu organizzata una Armata da inviare a
Salonicco, con lo scopo di impedire alle forze bulgare di impossessarsi dell’importante
porto marittimo e per supportare l’esercito serbo in gravi difficoltà puntando verso
Belgrado. L’obiettivo era anche quello di convincere la Grecia ancora neutrale e filo-
tedesca ad entrare in guerra al fianco dell’Intesa.
L’arrivo a Salonicco dell’Armées Alliées D’Orient, che raggruppavano truppe degli
eserciti francese, inglese, serbo e poi italiano e greco (entrate in guerra dopo un periodo
di neutralità nel luglio del 1917) grazie ai combattimenti protrattisi 1915 al 1918,
permise la sconfitta della Bulgaria e la riconquista della Serbia dagli Imperi centrali.
Nell’autunno del 1915, mentre la Serbia era invasa dagli Imperi centrali, l’Armée era
impegnata nella difesa di Salonicco e nel tentare di risalire il corso del fiume Vardar.
I primi anni di combattimento furono sanguinosissimi e furono aggravati dalle dure
condizioni del suolo caratterizzato da asprre catene montuose e valli paludose e dalle
malattie come la malaria, che falcidiavano gli eserciti.
Villari redasse il suo volume “La campagna di Macedonia” nel 1922, quando oramai
vigevano in Europa le regole di Versailles. Con un ragionamento a ritroso l’autore ha
certato di spiegare al pubblico europeo i motivi che portarono, prima l’Europa e poi
l’Italia, ad inviare in Oriente una armata così ingente. All’inizio del libro infatti egli si
chiede quale fosse il senso della nostra partecipazione e perché l’Italia, con un fronte
aperto a Nord Est, avrebbe dovuto spendere uomini e mezzi per una campagna su un
fronte lontano e in un territorio apparentemente senza importanza strategica per il Paese
Perché spostare una grande quantità di uomini e mezzi, già scarseggianti a causa del
prolungarsi del conflitto e delle già ridotte risorse dell’Italia, fiaccata dalla guerra di
Libia del 1912, e in una Europa in cui, come dice l’autore, era difficile viaggiare? La
campagna di Macedonia nei primi tre anni non aveva prodotto “risultati tangibili”, tanto
che i tedeschi lo definivano il loro più grande campo di concentramento. Nonostante
l’Armée non fosse riuscita a salvare la Serbia dall’invasione degli Imperi centrali, era
comunque riuscita a salvare il Mediterraneo e gli importanti traffici lungo il Mar Rosso
e verso l’Oceano Indiano dalla dominazione degli Imperi centrali. Per Villari dunque
la Campagna di Macedonia fu molto importante per impedire l’invasione delle zone
di influenza anglo-francesi e italiane. Inoltre le operazioni in Albania contro l’Austria
14 Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico,1983. L’Esercito Italiano nella Grande
Guerra (1915-918). Volume VII. Le operazioni fuori dal territorio nazionale: Albania, Macedonia, Medio
Oriente, Tomo 3°, Narrazione, Roma: Tipografia Regionale, pp. 179-343.

