Page 410 - Le Operazioni Interforze e Multinazionali nella Storia Militare - ACTA Tomo II
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           Partigiani jugoslavi in valnerina:
           la vicenda del Battaglione Tito nella memoria

           di uno dei protagonisti, Vlado Vujovic


           Federico FIlIPPUCCI




           Introduzione e criteri metodologici
              l presente articolo si propone di analizzare la memoria delle vicende di un gruppo
           I di partigiani jugoslavi fuggiti, dopo l’8 settembre 1943, dalle carceri e dai campi di
           concentramento e di lavoro presenti in Umbria, e poi unitisi, con il nome di “Battaglione
           Tito”, alla Brigata garibaldina “Antonio Gramsci”, operante essenzialmente nella Val-
           nerina umbra, con propaggini nel reatino (Leonessa e Poggio Bustone), nel maceratese
           (Visso) e nel piceno (Arquata del Tronto). La scelta della Brigata Gramsci, tra quelle at-
           tive in Umbria, dipende dal fatto che tale formazione rappresenta uno spaccato sufficien-
           temente strutturato dell’attività di Resistenza nell’Italia centrale. Stando ai dati forniti
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           da Granocchia e Spogli , è una delle poche formazioni che raggiunge una struttura com-
           battente di rilievo, un’articolazione organizzativa pressoché costante e una dimensione
           numerica consistente (si parla di 1.000-1.500 effettivi impegnati, a vario titolo, nell’at-
           tività combattente della Brigata). Inoltre, la Brigata opera in una zona relativamente
           ampia ed è caratterizzata dalla presenza di un consistente numero di partigiani slavi, che
           forniscono un contributo fondamentale alla conduzione della lotta, in virtù delle tecni-
           che di guerriglia apprese combattendo nel proprio paese, di una migliore preparazione
           e consapevolezza politica. Secondo la storico Roberto Battaglia, “è la formazione più
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           attiva e persistente, forse di tutta l’Italia centrale” .
              I partigiani slavi, attivi in Italia soprattutto in Umbria, in Abruzzo e nelle Marche
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           provenivano dai territori annessi e occupati dall’Italia a seguito dell’aggressione fascista
           e nazista della Jugoslavia del 6 aprile 1941. Oltre ai soldati, anche migliaia di civili, per
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           ragioni politiche e anche di “pulizia etnica”  furono inizialmente internati in campi di
           concentramento approntati in Jugoslavia e in Albania; poi, a causa della loro progressiva
           saturazione, il governo italiano fu costretto a provvedere alla realizzazione di altri campi

           1    Cfr. G. GRANOCCHIA – C. SPOGLI, La Brigata Gramsci, in L. BRUNELLI – G. CANALI (a cura di),
              L’Umbria dalla guerra alla Resistenza, atti del convegno “Dal conflitto alla libertà” (Perugia, 30 novembre
              – 1 dicembre 1995), Editoriale Umbra, Foligno 1998.
           2    R. BATTAGLIA, Storia della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1964,  p. 353.
           3    Per  un  inquadramento  complessivo  della  vicenda  degli  jugoslavi  nella  Resistenza  italiana,  si  veda  A.
              MARTOCCHIA, I partigiani jugoslavi nella resistenza italiana – Storie e memoria di una vicenda ignorata,
              Odradek, Roma 2011.
           4  Per un approfondimento della questione dei cosiddetti campi “per slavi”, si vedano C. S. CAPOGRECO, I
              campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004; A. KERSEVAN,
              Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti
              editore, Roma 2008.
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